I Sacchi di Sabbia alle prese con gli ultracorpi. Intervista a Giovanni Guerrieri

Essedice - sacchi di sabbia

I Sacchi di Sabbia in Essedice (photo: sacchidisabbia.com)

Abbiamo raggiunto al telefono Giovanni Guerrieri, della compagnia Sacchi di Sabbia, mentre passeggiava per le vie di Pisa, città in cui vive e in cui ha sede la compagnia tosco-napoletana, nata nel 1995 e di cui fanno parte, oltre all’intervistato, Giulia Gallo, Vincenzo Illiano, Gabriele Carli, Federico Polacci e Giulia Solano.

Cominciamo subito parlando del vostro ultimo progetto “L’invasione degli ultracorpi”, di cui avete presentato in anteprima uno studio al teatro Di Bartolo di Buti (PI), nell’ambito di “Una stagione per la Toscana”.

A Buti abbiamo presentato un primissimo studio della durata di venti minuti circa. Noi ci muoviamo in una frequentazione dei generi che ci è molto congeniale. Siamo sempre più legati al materiale che non viene direttamente dal teatro. Ad esempio il romanzo di avventura, che è stato per noi molto determinante, perché è stato il primo passo deciso verso questa direzione, e ci ha portato alla creazione di “Sandokan, o la fine dell’avventura”. Poi “Essedice”, legato al mondo del fumetto, e “Don Giovanni di A. W. Mozart”, sempre molto legati al teatro come sconfinamento.

Ora, nello stesso modo, ci approcciamo all’immaginario di fantascienza con “L’invasione degli ultracorpi”. Gli ultracorpi sono un tòpos abbastanza interessante della fantascienza degli ultimi cinquanta anni. Possiamo affermare che Jack Finney, l’autore del romanzo a cui ci siamo solo vagamente ispirati, ha inventato una specie di archetipo: il clone, il sostituto uguale ma diverso. Noi siamo partiti dall’idea che in qualche modo si parlasse di identità e da qui si ritornasse al teatro. Il tema del sosia è uno dei più antichi del teatro: a partire dalle commedie di Menandro, Plauto, Molière, von Kleist, molti hanno affrontato il tema del gemello, del sosia in qualche modo. Ci pareva significativo, con questo lavoro, addentrarci ancora di più nel genere. Ci restava da esplorare la fantascienza, e naturalmente ritornare al teatro, per approfondire la tematica dell’identità e vedere quanto attraverso essa in scena si possa parlare di noi, dei nostri tempi, della contemporaneità.

E cos’è emerso?
Che noi, come Sacchi di Sabbia, abbiamo due anime: la prima è quella legata al comico, alla farsa, che ci contraddistingue e ha costituito per anni il nostro background comune; una forma di riconoscibilità teatrale che gioca le sue carte anche ispirandosi a influssi illustri quali Edoardo, Totò e Peppino, diciamo un po’ di avanspettacolo che non ci ha mai guastato… L’altra anima trae nutrimento dalla costruzione di atmosfere sempre più sospese, sempre più rarefatte. Non abbiamo mai negato queste due anime, esistono e l’idea è farle cortocircuitare come due treni in corsa. Da una parte una derivazione “alla De Filippo”, cioè la commedia, con le sue levature e i suoi abbassamenti e, dall’altra, un’atmosfera sospesa e metafisica. Ritornando allo spettacolo, ci sono delle idee che stanno maturando. A Buti abbiamo fatto un’ipotetica scena finale di chiara ispirazione tosco-napoletana, da sceneggiata in sostanza, e il risultato è stato divertente, con qualche squarcio di rozzo lirismo in qua e là. In questo progetto – non capiamo ancora bene come – dovrebbe esserci la presenza di Silvio Castiglioni, con cui collaboriamo da anni. Ci piaceva coinvolgerlo perché fa parte anche lui delle due anime, dell’io scisso de I Sacchi di Sabbia.


Don Giovanni

Il Don Giovanni dei Sacchi di Sabbia (photo: sacchidisabbia.com)

È molto interessante questo concetto della frequentazione dei generi…
Noi facciamo lo sforzo di non sapere prima cosa ci vuole per avvicinarsi a un tema, a un oggetto, a un’opera, ma cerchiamo di capirlo durante il cammino. Molti sono gli interrogativi. Ad esempio, il libertinaggio del Don Giovanni nasce anche dalle politiche di allora del nostro premier? Forse sì… Quali sono le motivazioni che ci hanno spinto ad affrontare il Don Giovanni e poi arrivare a decidere di farlo musicale?  A volte ci si trova a fare una operazione semplice, e a volte a non sapere più fare una cosa perché non ha la necessità di essere fatta. Questo è molto importante da sottolineare per me.
Io, nel 2011, ho ripreso “Il teatrino di San Ranieri” per Inequilibiro a Castiglioncello, il primo con Andrea Nanni come direttore artistico a Armunia, nostra casa madre sin dai tempi di Massimo Paganelli. Ci siamo interrogati a lungo sulla difficoltà di riprendere ex novo una cosa come questa, che facciamo ad occhi chiusi con le mani e le voci che vanno da sole. Riprendere un lavoro di oltre dieci anni fa è come fare un vecchio cavallo di battaglia: sono sparite le profonde radici che gli davano la vita. La domanda che sorge è: ma ora lo sapremmo rifare? Forse no, perché mancherebbe la credibilità per rifarlo. Eppure abbiamo tutto per farlo, cioè le capacità “attoriali”, la scrittura, i tempi, tutto questo esiste e si tramanda di lavoro in lavoro, ma la cosa incredibile è che una cosa di quel genere può darsi che, almeno in questo momento, rifondarla da capo, sia praticamente impossibile. Su questa cosa ci fantastichiamo e ci fa riflettere.
Tutto questo si riallaccia al discorso sugli ultracorpi, che riflette proprio su questo tema. Siamo consapevoli che si trasformerà in qualcosa di non autoreferenziale ma in qualcosa di più vasto, però è come se le parti farsesche che ci saranno non fossero possibili senza questa parte metafisica che le fa poggiare a terra, che fanno da zavorra.

Facci una panoramica della situazione teatrale toscana rispetto a quella nazionale. Come vedi questo particolare momento?
Noi siamo una regione abbastanza fortunata, perché siamo uno dei sistemi più all’avanguardia, assieme all’Emilia Romagna. Mi sembra che ci sia, da parte dei tecnici della regione, una grande perizia, parlo di quelle persone che conosco, ad esempio Ilaria Fabbri, che mi dà grande fiducia perché è sempre stata nelle cose (non vuole essere una sviolinata la mia, è una cosa che penso). Naturalmente accanto a questo c’è la politica che, da un parte, mi sembra che garantisca e riconfermi, con Enrico Rossi, un impegno sulla cultura; dall’altra, poi, succedono cose strane che difficilmente si riesce a padroneggiare e a capire. Io mi sento, rispetto al resto dell’Italia, in una situazione privilegiata. Però purtroppo è vero che non mi sembra di andare avanti rispetto agli anni passati. Quando ho cominciato a fare teatro (nel ‘94/‘95), paradossalmente, per far vedere una cosa a qualcuno, dovevi fare una fatica mostruosa. Noi arrivammo a Santarcangelo attraverso Leo de Berardinis e Silvio Castiglioni nel 1997. Non c’era modo di far vedere niente a nessuno. Però poi, negli anni successivi alla nostra formazione, abbiamo fatto cose che oggi sembrano impossibili, proprio dal punto di vista dell’investimento.

Ripercorriamone qualcuno.
Mi ricordo un progetto al festival di Volterra, ideato dalla Fondazione Pontedera Teatro, dove una generazione di artisti costruiva un progetto legato all’Inferno dantesco. Con noi c’erano tutta una seria di compagnie e figure che oggi sono quasi del tutto scomparse. Ecco, una cosa di questo genere oggi, al di là che abbia senso o meno, la vedo impossibile.
Un altro esempio: nel 2000 realizzammo sulle Alpi Apuane “Marmocchio (Pinocchio di marmo)”, che fu il primo grosso spettacolo, che però nessuno ha mai visto. Uno spettacolo con vere e proprie scene e orchestra, prima di passare al nostro minimalismo. Incappammo in questo progetto e lo gestimmo anche molto bene tra l’altro, chiamammo Carlo Monni a fare Geppetto: oggi lo riguardiamo come una cosa dove non ci preoccupavamo del giro… era un lavoro dal punto di vista spettacolare molto interessante, tutto ambientato in una cava bianca, e ci penso con rammarico perché quella cosa lì non l’ha vista nessuno; eppure devo confessare che sarebbe veramente impensabile farlo oggi.

Segui gli sviluppi del Teatro Valle?
Conosco e mi hanno anche chiamato, diciamo così. Mi sembra una realtà molto interessante e viva. In questo momento non so effettivamente che tipo di contributo potrei portare. Questo è in sostanza il problema, perché naturalmente c’è un appoggio incondizionato alle trasformazioni, nel senso che poi quello che succede, e mi sembra la cosa più determinante, è che abbiamo leggi vecchie e gente nuova, ma anche qualche mentalità vecchia, che purtroppo si scontrano tra di loro… Pare impossibile ma non esistono scatole vuote da riempire; le scatole, anche quando ci sono, sono sempre piene di roba, di cui ci si disfa con grande fatica. Io non ho mai messo piede al Valle occupato, però lo seguo con interesse. Vorrei capire con quale interesse è seguito dal mondo teatrale.

In quale modo il Premio speciale Ubu del 2008 ha favorito e aiutato la vostra compagnia dal punto di vista della visibilità?
Il premio Ubu, come il Premio nazionale della critica 2011, hanno la forza di portare l’attenzione soprattutto della critica. Capisci che puoi dialogare maggiormente coi giornalisti, coi critici teatrali e gli studiosi di teatro, quindi è un riconoscimento prezioso come crescita di stima… Dal punto di vista lavorativo, credo che noi lavoriamo di più anche grazie alla fruibilità e alla diversità dei nostri spettacoli. Ad esempio “Sandokan, o la fine dell’avventura” il primo anno ha girato nel circuito di ricerca, il secondo anno nel circuito ragazzi, nel terzo in fiere… Il “Don Giovanni” sta avendo una relativa fortuna nel mondo operistico da parte degli operatori più attenti. Angelini a Brescia lo ha fatto per i suoi abbonati, Modena lo stesso… Si creano delle sinergie e qualcuno ci vede la propedeutica per i bambini. Accanto a rassegne di teatro contemporaneo, che sono poche, c’è un effettivo “indotto” che si sviluppa e fa parte di quelle anime di cui parlavo prima; quindi è vitale confrontarsi con linguaggi diversi.

E invece cosa vi manca?
Il confronto con gli Stabili; non troviamo modo di farlo a causa della vocazione dei nostri progetti creativi: ecco la nostra vera mancanza.

 

 

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