La madre: il linguaggio dirompente di Mimmo Borrelli

La madre

La madre (photo: teatrocrt.it)

Per lo spettatore affrontare uno spettacolo di Mimmo Borrelli è nello stesso tempo una grande sfida e un’esperienza unica, sia per gli argomenti trattati sia, soprattutto, per il linguaggio e il modo in cui vengono resi scenicamente.

Qualche anno fa fummo letteralmente irretiti da “‘Nzularchia” che vedemmo al Crt di Milano in uno spazio completamente reinventato, recitato in un linguaggio anch’esso reinventato, che si innestava in un napoletano arcaico e precisamente nel dialetto flegreo di Torregàveta, cioè il paese d’origine dell’autore, che si trova di fronte all’isola di Procida, arricchito dal gergo camorristico e da frequenti invenzioni liriche.
Con questo linguaggio “‘Nzularchia”, che significa itterizia, narrava una storia truculenta di figli e padri, di camorra e ammazzamenti, e faceva scoprire un giovanissimo autore di feconda e particolarissima visionarietà.

Ora è la volta de “La madre – ‘I figlie so’ piezze ‘i sfaccimma”, visto anche questa volta al Crt e, ancora una volta, in uno spazio reinventato, una specie di budello-vagina che si apre improvvisamente davanti ai quaranta spettatori che hanno scelto di partecipare all’evento ed assistono dall’alto allo svolgersi della vicenda.

Protagonista della storia è Maria, novella Medea, amante disperata di un capo-quartiere del casertano, Sandokan, che l’ha aiutata, novello Giasone, ad uccidere il padre e il fratello.
L’uomo, rifugiatosi simbolicamente a Cuma, tiene segregata la donna in un luogo nascosto e terribile, simile ad un antro, dove Maria vive con due figli ritardati, che ella stessa ha allattato col vino per punire il compagno di non averle permesso di abortire.

Quando starà per sposare un’altra, la vendetta sarà ancora più crudele: manderà i ragazzi dal padre e, in un tragico gioco di rimandi, invece di una veste avvelenata, li invierà con caschi da motociclisti in testa e pistole-giocattolo in mano. Sandokan, scambiandoli per killer, li ucciderà, per poi gridare il suo dolore infinito agli spettatori, mentre il pavimento si richiude su di lui come il coperchio di una tomba, e lasciando Maria a “godersi” una vendetta di inesplicabile sofferenza.

Ancora una volta Borrelli propone una storia truce, che afferma di avere ripreso da frammenti dalla realtà reinterpretandoli, attraverso una vicenda simbolica che si attesta come una vera e propria tragedia che pulsa nel cuore di un territorio che non sa risollevarsi dal proprio passato.
Per fortuna, da questo torrido buio, da questo mefitico luogo, due personaggi se ne andranno: una ragazza rom in fuga da un passato di orrore e un contadino che di mestiere assaggia il concime, Eva e Adamo, ancora nomi simbolici che rimandano ad un nuovo inizio.

Il linguaggio utilizzato questa volta è ancora più composito, mescolando la lingua in tutte le sue ramificazioni, dal dialetto più stretto all’italiano poetico e colto, fino a quello quotidiano, per un testo forse meno interessante dei precedenti, dovendo seguire una certa corrispondenza con il modello euripideo, ma che trova nella messa in scena e nel linguaggio una forza esplosiva dirompente e davvero unica nel teatro italiano.

Al particolarissimo allestimento concorrono le scene di Luigi Ferrigno, i costumi di Enzo Pirozzi, le luci di Cesare Accetta, le musiche originali di Placido Frisone adattate per la scena da Antonio Della Ragione.
Accompagnano la messinscena Milvia Marigliano, una Maria aspra madre dolorosa e vendicatrice, Serena Brindisi, Agostino Chiummariello, Gennaro Di Colandrea, Geremia Longobardo e lo stesso Borrelli, nel ruolo di Sandokan.

La madre

autore: Mimmo Borrelli
regia: Mimmo Borrelli
attori: Milvia Marigliano, Mimmo Borrelli, Serena Brindisi, Agostino Chiummariello, Gennaro Di Colandrea, Geremia Longobardo
scene: Luigi Ferrigno
costumi: Enzo Pirozzi
luci: Cesare Accetta
musiche : Placido Frisone
adattamento delle musiche alla scena: Antonio Della Ragione
assistente alla regia: Michele Schiano di Cola
assistente alla scene: Armando Alvoisi
durata: 1h 28′

Visto a Milano, Teatro Crt, il 26 febbraio 2012

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