Linea 35. Quando a Natale il teatro contemporaneo non chiude

Take two > l'inevitabile conseguenza a cui Vale(2) ci sottopone

Take two > l’inevitabile conseguenza a cui Vale(2) ci sottopone (photo: Ciro Meggiolaro)

Due edizioni in sei mesi. Alla faccia di Biennali, Triennali e Quadriennali. Il festival Linea 35, dopo il successo della prima edizione lo scorso luglio presso l’ex ospedale psichiatrico romano Santa Maria della Pietà, si è riproposto in edizione invernale spostandosi nella suggestiva sede del Teatro Sala Uno, sotto la Scala Santa di piazza San Giovanni.

Con coraggio e determinazione gli organizzatori hanno deciso di collocare il festival nel bel mezzo delle feste invernali: tra Natale e Capodanno, per intenderci, giorni di festa in cui i maggiori teatri sono puntualmente chiusi anche se – forse – molte persone andrebbero volentieri a vedersi uno spettacolo come accade per i film. Stranezze italiote: poca lungimiranza e visione di marketing pari a zero.

L’edizione invernale, intitolata Passaggi visionari, ha riproposto il tema del “disagio” della prima edizione, declinandolo nelle sue forme fisiche, relazionali, sociali, economiche, ed accostandosi, condividendolo, al progetto creativo del Teatro Valle Occupato.

Tentando di fuggire ai torpori natalizi e alle famigerate cene degli avanzi, mi sono recato per tre giorni di fila al festival, dove ho incontrato facce amiche con cui scambiarsi anche gli auguri, bere buon vino ed assistere a tre interessanti spettacoli.

Da Milano la Compagnia Musella Mazzarelli ha proposto “Figlidiunbruttodio”, spettacolo che Klp aveva già visto lo scorso anno e che era valso alla giovane compagnia la vittoria del bando InBox proprio nel 2010.
Il lavoro è stato presentato per la terza volta a Roma in meno di un anno (prima di Linea  35 infatti è stato visto dal pubblico di Teatri di Vetro e del Valle Occupato), e qesta già mi sembra una notizia interessante, che sottolinea la “caparbietà” della compagnia in una piazza come Roma, spesso difficile da raggiungere anche per realtà più affermate.
“Figlidiunbruttodio” è il nome di un inquietante reality show. Nello spettacolo si narra allora la storia di un produttore televisivo senza scrupoli, un candidato disadattato e due borderline beckettiani alla fermata di un bus che non arriva. La sintesi del lavoro andato in scena nella bomboniera del Teatro Sala Uno è un mix pressoché perfetto di attualità e incisività della scrittura drammaturgica, accuratezza della messinscena e abilità recitativa. A ulteriore prova (non scientifica) del successo dello spettacolo, riporto l’entusiasmo all’uscita di una mia amica poco frequentatrice dei teatri. Un dettaglio non trascurabile, dato che molto teatro contemporaneo incontra i gusti – guarda caso – solo degli addetti ai lavori.  

Il giorno successivo tocca a “Gli ebrei sono matti” di Teatro Forsennato, premio Giovani realtà del teatro 2011.
Partendo da uno spunto vero (il direttore di un manicomio che durante il Ventennio dette rifugio a numerosi antifascisti ed ebrei), la drammaturgia di Dario Aggioli estrapola un episodio di fiction che racconta le famigerate leggi razziali del 1938 in maniera a tratti comica. Solo con la risata si possono forse raccontare le nostre pagine più buie; e allora vengono in mente, diversissimi tra loro, Charlie Chaplin e Corrado Guzzanti.
E’ questo è il lato dello spettacolo che mi sembra più interessante. Per quanto riguarda la messinscena, i venti minuti presentati sono troppo pochi per esprimere un giudizio definitivo; si intravedono buoni spunti (come il crescente rapporto fra attori e pubblico e l’utilizzo di belle maschere “stranianti” e spiazzanti create da Maria Antonucci), mentre ciò che, a mio parere, maggiormente soffre sono le interpretazioni e la collocazione dei due attori in scena. Sarebbe necessario forse un po’ di dinamismo.

Nel terzo e ultimo degli spettacoli visti duranta la rassegna, Nuove Officine Laboratorio Babs hanno presentato “Take two > l’inevitabile conseguenza a cui Vale(2) ci sottopone”. Quattro tavoli, due sedie, l’eleganza di una donna che appare dal fondo del Teatro Sala Uno. È quasi muta e compie gesti isterici, mostrando il sangue del suo progetto di omicidio. Di fronte a noi un corpo scattoso, che non risparmia una giovanile eleganza. Si mette in gioco e dispensa anche ironia.
La crisi di identità emerge dalla figura e dal corpo di Raffaella Cavallaro, un corpo dalle mille forme che si muove come si muovono i quattro tavoli, blu nell’aspetto e mutevole nel movimento. Ma la brava attrice muta riesce a comunicarci il suo disagio anche col volto, angelico eppure scalfito dal dolore.
La mancanza di parola accentua l’attenzione verso il movimento, che la regista Marianna Di Mauro dona alla performance. Piccoli gesti affascinanti. Il sangue diventa colpa, una bottiglietta d’acqua versata diventa espiazione, un tratto di gesso rabbia e divisione. Attraverso questi e altri simboli l’attrice e la regista riescono a raccontare per immagini la storia di Vale (monologo precedente della compagnia basato su una storia realmente accaduta), ma soprattutto a mantenere alta l’attenzione nell’attesa della mossa successiva, come in una partita di scacchi imprevedibile.

Complessivamente un bilancio positivo per la mia esperienza a Linea 35. C’è ora da augurarsi che – come troppo spesso non accade nella capitale – l’iniziativa possa trovare continuità, e non debba invece troncarsi bruscamente per negligenze organizzative o poca sensibilità delle istituzioni.

 

 

Krapp is a poor man


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  • Dario Aggioli ha detto:

    Attenzione una piccola precisazione, le maschere sono di July Taymor, regista di vari films, tra cui TITUS e FRIDA, oltre che di spettacoli di Broadway (curandone anche i costumi) come il Re Leone della Disney.
    Maria Antonucci è l’erede del nostro professore alla Sapienza Ferruccio Di Cori, per il quale la Taymor fece le maschere e che ha disposto che le maschere potessero essere utilizzate dai suoi alunni più cari, qualora ci fosse uno spettacolo che le coinvolgesse.

  • Klp ha detto:

    Grazie per la precisazione!

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