Malagrazia, Phoebe Zeitgeist nel labirinto della solitudine

Opera di Mauro Vignando su foto di Mauro Brovelli
Opera di Mauro Vignando su foto di Mauro Brovelli

Allo snodo dei dieci anni di attività, la compagnia milanese Phoebe Zeitgeist torna alle origini. Con “Malagrazia”, presentato all’interno della rassegna Nuove Storie al Teatro Elfo Puccini di Milano, il gruppo guidato da Giuseppe Isgrò riafferma una poetica antiprosastica e antididascalica, rifiuta qualsiasi concessione al pop o alla narrativa in favore di un linguaggio criptico e di una poesia cupa e a tratti disturbante.

“Malagrazia” vede due fratelli gemelli, orfani e forse unici superstiti di un’umanità estinta, alle prese con il demone della solitudine.
La struttura in cui si sviluppa la non-storia di Carmelo e Bastiano (Edoardo Barbone e Daniele Fedeli), unici abitanti di una fantomatica isola che diventa trappola della fragilità umana, è rigorosamente simmetrica.

Ad accogliere il pubblico, i due protagonisti di spalle, intenti a praticare atti di autoerotismo, con il sottofondo delle inquietanti atmosfere musicali create da Stefano De Ponti. Dietro di loro, due inginocchiatoi, forse testimonianze di un’epoca in cui sacro e profano s’intrecciavano.
Il dialogo tra Bastiano e Carmelo è surreale. Carmelo è il fratello più fragile, su cui Bastiano esercita un potere sottile.
In una terra di confine e di nessuno, tetra e inquietante, i due fratelli si fronteggiano permettendosi pause solo per alcuni riti come la vestizione e la svestizione, la preparazione del polpo, la cena povera e silenziosa.
I dialoghi invece toccano svariati argomenti, dal tentativo di ricostruire l’oscura vicenda familiare, segnata anche dalla fuga del padre, alla riflessione sulla paura, sentimento che imperversa nelle tempeste della vita.
Il mito è chiamato in causa attraverso l’accostamento di due personaggi-simbolo del mondo antico e contemporaneo: Polinice e Carlo Giuliani. Forse – idealmente – i due sono accomunati dalla morte per mano di un “fratello”: nel primo caso di sangue, nel secondo un carabiniere coetaneo.


La solitudine a un certo punto diventerà assordante e si farà strada l’idea di popolare l’isola creando una nuova specie. Bastiano e Carmelo tentano così un improbabile accoppiamento dal quale però non nasce nessun essere umano, ma vengono semmai sanciti i rapporti e le dinamiche di dominio. È forse questa la parte più conturbante dello spettacolo, in cui i due protagonisti esibiscono un nudo che, privato di ogni connotazione sessuale, si traduce in una dimensione animalesca. Disturbante è il linguaggio che, scostandosi dai toni onirici della prima parte, diventa volgare e grottesco.
Il vano tentativo di popolare l’isola viene interrotto dall’arrivo dal mare di una figura mitologica acquea che metterà fine alla loro solitudine.

La “malagrazia” che dà il titolo all’opera è la grazia che viene dal male, dagli abissi della solitudine, dalla paura della fine: una sorta di opposizione connaturata a un’umanità emotivamente instabile, lacerata dal timore di rimanere sola con se stessa in un’isola che diventa metafora della condizione umana. Se la Sicilia, infatti, è il territorio in cui in un primo momento si pensa si trovino Bastiano e Carmelo, poco dopo si capisce che i contorni del non luogo claustrofobico e asettico in cui i due protagonisti si muovono sono molto più sfumati.
Il tentativo di resilienza che prende avvio dalla ricostruzione della propria sconosciuta storia familiare approda a un sentiero incerto, in cui non sono definiti i contorni tra la fine di un’era e l’alba di una nuova specie.

Edoardo Barbone e Daniele Fedeli offrono un’interpretazione energica. Utilizzano il corpo come componente drammaturgica, con un uso del nudo poetico che ricorda (anche nei suoi eccessi) quello di “Kamikaze number five”, lavoro del 2015.
L’architettura del suono, curata da Stefano De Ponti, entra a far parte della partitura drammaturgica scritta da Michelangelo Zeno, ma l’assenza di una linearità e organicità nella trama finisce per condurre lo spettatore in un labirinto d’immagini, evocazioni e sensazioni di difficile lettura.

MALAGRAZIA
ideazione e regia Giuseppe Isgrò
drammaturgia Michelangelo Zeno
cura del progetto Francesca Marianna Consonni
con Edoardo Barbone, Daniele Fedeli
architettura del suono Stefano De Ponti
produzione Phoebe Zeitgeist
in collaborazione con Evoè, Rovereto / Teatro Civico 14, Caserta / Teatro Rossi Aperto, Pisa / AltoFest, Napoli / Odemà, Milano

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 28 aprile 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *