Michele di Stefano: lo spettacolo sei tu! Intervista

Un momento delle prove dei sette ragazzini marchigiani (photo: marchespettacolo.it)
Un momento delle prove dei sette ragazzini marchigiani (photo: marchespettacolo.it)

Un momento delle prove dei sette ragazzini marchigiani (photo: marchespettacolo.it)

Scorre il mare a lato dell’autostrada, in questa limpida giornata di fine giugno. Dal casello, via su per le colline inondate dal sole dello splendido paesaggio marchigiano che unisce e coniuga spiagge e colli.
Si parcheggia e si affronta a piedi l’ultimo tratto all’interno del borgo medievale di Civitanova Alta, stradine acciottolate, la calma placida di un piccolo paese raccolto dentro le sue mura.

Seduti ai tavolini della piazza, nella tranquillità del primo pomeriggio, chiacchieriamo prima delle prove con Michele di Stefano, coreografo insignito del Leone d’argento alla Biennale Danza 2014, e ospitato grazie a “Civitanova Casa della Danza” (progetto promosso dal Comune, dai Teatri di Civitanova e dall’Amat) al Teatro Annibal Caro.
L’occasione è la parte marchigiana della sezione “Vita Nova” della Biennale Danza appena conclusa: una residenza con giovani interpreti (sei ragazzine e un coetaneo) volta alla realizzazione di una performance, “Occhio di Bue”, presentata nell’ambito a Venezia il 27 giugno.

L’incontro è un fluire di pensieri e osservazioni sulla residenza in corso, sul percorso artistico di Michele di Stefano e su come occasioni di lavori su commissione si intersechino con esso, spostando le attenzioni e nutrendolo di altre suggestioni.


Partiamo da questa residenza. Non c’è stato un approccio diverso da parte tua nonostante la giovane età dei performer…
Ho parlato loro come se fossero dei professionisti, e ha funzionato. Nella serietà della commissione si è stabilita una relazione che corrispondesse a entrambi. Questi progetti contengono una insidia: lo spettacolo finale e la tentazione di confezionare un prodotto. In realtà si arriva a un certo punto di un cammino che riguarda il corpo, e non è giusto impacchettarlo in un prodotto finale. E’ importante che la persona che lo affronta abbia innescato un principio di cambiamento, qualunque esso sia, con tutti i limiti di una selezione non professionistica; se ciò può essere recepito e guardato in questo modo, queste situazioni hanno una enorme importanza per le questioni che la danza pone allo società.

Cosa vuoi ‘passare’ a questi ragazzi?
Quello che mi preme è che questi giovani passino attraverso una trasformazione fisica, non mi interessa utilizzarli per scopi estetici o di design, quanto che partecipino ad una relazione di gruppo in merito all’uso dello spazio e del tempo.
Il segno coreografico è stato quasi del tutto lasciato a loro, ho fatto solo in modo che potessero decidere in tempo reale quali sono le frasi, le azioni da costruire di volta in volta relativamente alla prossimità con gli altri corpi.
Capire che lo spettacolo sei tu, è il tuo corpo, e quell’esitazione, quell’autorevolezza di decisione: questo è stato il vero percorso. Penso che abbiano assorbito questi temi, e questo è il punto in cui siamo arrivati. Ovviamente il lavoro ha un suo andamento, una tensione spettacolare, ma io sono interessato a che loro assumano la loro responsabilità artistica individuale; e penso che questo sia sempre uguale, a 5, 15 o 50 anni.

Ma per te, come coreografo, la gioventù e la formazione strettamente scolastica di questi giovani interpreti cosa hanno voluto dire?
Che hanno un certo tipo di alfabetizzazione con tanti spazi di intervento, non hanno ancora assorbito uno stile. Sanno che ciò che stanno facendo è una cosa molto seria, e questo è il vantaggio di lavorare con persone che frequentano una scuola.

Come li hai scelti?
In base alla loro possibilità ricettiva; hanno avuto quindi facilità ad abbandonare dei sistemi precostituiti, non ho dovuto fare un lavoro in qualche modo più “subdolo” di accerchiamento per trovare la crepa dove entrare; c’è stata una grande disponibilità ed energia. Il lavoro è andato verso una intensità costruita su una accelerazione.
Faccio prendere loro un rischio reale in relazione alla fiducia che loro hanno nei confronti del proprio istinto di danzatori, e in corpi così giovani è un istinto evidentissimo. Ed è una cosa che mi sento di preservare e mantenere, per cui ho tolto tutto quello che li ha fatti trovare in condizione di “eseguire” il movimento. Siamo andati verso una richiesta molto alta: emanare un principio di creazione in tempo reale.

Da quale focus sei partito per questa creazione?
Prossemica, l’idea che danzare vuol dire creare lo spazio perché la danza di qualcun altro possa accadere, come dice Agamben. Essere a proprio “agio” e mettere a proprio agio gli altri, intendere la danza non come un focus su di te, ma sulla possibilità di creare uno spazio in cui gli altri possano intervenire.
A seconda del paesaggio che ho davanti il mio atteggiamento deve cambiare. Il danzatore si trova così in una sorta di stress reattivo e attraverso la costruzione dell’”agio” penso di rendere lo stress una qualità creativa.

Questi lavori su commissione come si connettono con il lavoro di MK?
La vera questione è che questi lavori hanno la durata di una performance. E’ interessante invece costruire un discorso più ampio attraverso commissioni che durano lo spazio di un giorno. Come in “Testa di Moro” (lavoro creato all’interno di “Family“, progetto di Virgilio Sieni per nuclei familiari) ho scelto di continuare a utilizzare un telo per far capire meglio la problematica della relazione; un telo che copre i corpi per poi svelarli, che focalizza la costruzione di uno spazio in cui incontrare persone con la tua stessa progettualità, che permette di indagare la qualità fisica stessa dello spazio.
C’è poi il lavoro sulla sequenza, che è un po’ la mia ossessione del momento: il problema della sequenza nella danza. Sto flirtando con il balletto, continuo su questa strada per vedere dove mi porta, ma già mi sta traghettando verso territori fecondi. Sono questioni di lingua, di origine scritturale del movimento, di definizione di una qualità ritmica all’interno di un sistema dato, cioè di quello che dovrebbe essere la danza nella sua forma più pura e canonica, forma all’interno della quale si nasconde una profondità inaudita.
Insomma, mi sto lasciando alle spalle il romanzo di avventura che ha informato le ultime produzioni di MK. Sto lavorando su questioni dinamiche del corpo puro.

Il tempo dell’intervista finisce, seguo Michele di Stefano all’interno del teatro Annibal Caro per assistere alle prove in quello che è l’ultimo giorno prima della trasferta veneziana. Ciò che vedo è l’esatta trasposizione di ciò che ho ascoltato.
Questi giovani eroi, arrivati affannati subito dopo gli esami di terza media, con una serietà e responsabilità da veri professionisti, dapprima intimoriti dalla mia presenza ma via via sempre più sicuri, si assumono la responsabilità della loro creazione, nel rischio a cui la prossimità dei loro corpi li costringe.
Con stupore osservo come, in così poco tempo, abbiano assorbito quell’articolarità del movimento e quel continuo smottamento del peso che è un marchio distintivo della danza di MK. Assisto ipnotizzata alla danza in cui i corpi sono completamente coperti dal grande telo che copre tutto il palcoscenico, creando paesaggi multiformi. E osservo con piacere questo rapporto da pari tra il “grande” coreografo, che corregge e informa, e i giovani danzatori, che con serietà ma anche leggerezza ascoltano e assorbono, a ribadire l’importanza del processo e la sua possibilità di lasciare semi nei territori e nelle persone che li incontrano.

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