Quai Ouest. Il ritorno di Adriatico nelle vite ai margini di Koltès

Quai Ouest di Andrea Adriatico
Quai Ouest di Andrea Adriatico

Quai Ouest di Andrea Adriatico (photo: teatridivita.it)

Che la scrittura di Bernard-Marie Koltès occupi una posizione di particolare privilegio nelle regie di Andrea Adriatico è ormai un fatto consolidato.
Gli attraversamenti compiuti dal regista nel corso degli anni hanno collaborato alla creazione di un profilo dettagliato dell’opera dell’autore francese, che ora trova un nuovo approdo nella messa in scena di uno dei suoi testi più complessi e stilisticamente raffinati, mai rappresentato in Italia: “Quai ouest”.

Adriatico compie una scelta essenziale e inevitabile, che si pone come obiettivo quello di indagare l’opera che per prima rivelò il processo creativo dell’autore, mettendo in luce quegli elementi fondamentali che saranno costanti nelle sue produzioni successive.

Ad ospitare il debutto della nuova produzione di Teatri di Vita, inserito all’interno del VIE Festival, oggi alla sua giornata conclusiva, non troviamo la comoda e accogliente sala di un teatro, bensì l’argine di un fiume, il Panaro, che scorre ai margini di un paese spezzato, Finale Emilia.

La scelta del luogo si rivela immediatamente in perfetta sincronicità con i nuclei tematici cari a Koltès. Disperazione, lotte e rassegnazione saranno le motivazioni che guideranno i personaggi lungo la trama dell’opera, proiettando lo spettatore già dai primi momenti in un’atmosfera spettrale e pungente, di cui la costruzione di mura esibite nella loro più cruda materia, mattone su mattone, tracciano, senza alcuna possibilità di fuga, labirinti di solitudine. Dalla precarietà di mura instabili, segno di una civiltà alla deriva, di un luogo che ormai ha perso ogni potenziale identità, come l’hangar che suggestionò Koltès durante il suo viaggio in America, sbucano da ogni dove attori dalla bravura indiscussa, forti e singolari presenze sceniche, tutte dotate di una propria efficace cifra stilistica come Anna Amadori, Gabriele Duma, Olga Durano, Gianluca Enria, Francesco Martino, Maurizio Patella, Selvaggia Tegon Giacoppo, Florentin Tchinda Mohamed.

Lo spettacolo si apre con due personaggi, entrambi appartenenti alle classi alte della società: un uomo d’affari intenzionato a suicidarsi pur di sfuggire agli abissi di una crisi economica che non risparmia nessuno, e una donna, sua segretaria, capitata per caso in quel posto dimenticato.

L’incontro con gli abitanti dell’hangar, paradossalmente inteso come luogo di transito, avviene molto presto. L’intera messa in scena si articolerà in uno scontro continuo tra i membri della stessa famiglia, un conflitto che non troverà mai l’epilogo desiderato, perché a decidere delle loro vite concorrono le determinazioni imposte dalla classe sociale di appartenenza.
Ogni relazione verrà quindi vissuta come feroce conseguenza di una mercificazione che costringe alla repressione di qualsiasi sentimento positivo; tutto è merce, scambio, e l’unica logica possibile è quella dettata dal denaro. Charles (Francesco Martino), più di ogni altro, è la figura  che si fa carico di un’impellente istanza di cambiamento, un’emancipazione che svanisce nella debole opportunità di rubare gli averi posseduti dai due benestanti: un orologio, una macchina e delle carte di credito.

Tutti i personaggi sono mossi da una logorante forma di resistenza, una ferrea volontà a non accettare l’incapacità di scrollarsi di dosso quel magma di povertà e decadenza morale in cui sono incastrati, dove l’unica certezza possibile è quella di esistere. A evidenziare questa condizione di solitudine concorre un uso peculiare della forma monologante, unico momento di profonda comunicazione dei personaggi. Parole affilate come lame, pronte a esplodere come a distendersi in un crescendo di comicità grottesca attraverso le ruvide vocalità di una madre, Cécile, abbruttita dalla sofferenza di una vita inclemente (magnifica Olga Durano), di un tempo che scorre tra luci tenui e ombre allungate, in una scena sempre in penombra, che stupisce e immobilizza quando un’enorme palla prende il volo verso l’alto; come ‘something in the way’, questo è il pezzo scelto dal regista per accendere un sole che scandisce le ore, che decide delle inquietudine dei singoli personaggi, ma anche un sole contro cui imprecare. La trovata di Adriatico risulta geniale.

Forte è il senso dell’individualità, ancora più forte la dimensione di alterità con cui ognuno è costretto a dialogare. Una figura in particolare incarna in modo tacito e assoluto il riconoscimento con l’’altro’, Abad (Florentin Tchinda Mohamed). E’ attorno a lui che la messa in scena ruota, lui che con i suoi silenzi loquaci, lungi dall’essere assenza, restituisce vigore alla frammentazione identitaria che scuote tutti i personaggi, a prescindere dai fattori socio-culturali che li ritraggono. Estraneità da se stessi, da un altro da sé che ci si ostina a non riconoscere.

Le domande che si innestano al termine di una rappresentazione così complessa e ben curata sono molte, e tutte convergono in un’ampia riflessione sull’uomo contemporaneo, pensiero che si sostanzia tramite le continue pulsioni erotiche ed esistenziali agite dagli attori: come Monique (una bravissima Anna Amadori), che pur di non accettare la propria alterità, preferirebbe isolarsi in una colata di cemento.

Lo spettacolo prosegue fino al 9 giugno a Bologna, sulle rive del Reno.

QUAI OUEST
di Bernard-Marie Koltès
uno spettacolo di Andrea Adriatico
con: Anna Amadori, Gabriele Duma, Olga Durano, Gianluca Enria, Francesco Martino, Maurizio Patella, Selvaggia Tegon Giacoppo, Florentin Tchinda Mohamed
produzione: Teatri di Vita
in collaborazione con: Emilia Romagna Teatro Fondazione
durata: 2h 30
applausi del pubblico: 4′

Visto a Finale Emilia, Vie Scena Contemporanea Festival, il 26 maggio 2013
Prima nazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *