Sonja. La delicata poesia di Alvis Hermanis

Sonja di Alvis Hermanis
Sonja di Alvis Hermanis

Sonja di Alvis Hermanis

Una coppia di ladri dagli appetiti alquanto insoliti, due controcanti drammaturgici, entrano nella vita di “Sonja” forzando la porta del suo appartamento sul palcoscenico del Teatro Florida, per Fabbrica Europa. Faticando un po’ sulla serratura, fanno un ingresso buffo e impacciato in un’epoca passata e nella vita di un personaggio di cui non è rimasto che il nome.

Il mondo qui è un interno, l’open space di un’anima di cui cominciamo a misurare le coordinate assieme a queste due figure furtive.
Siamo in un appartamento di Leningrado, arredato anni ’30-’40 in modo non tanto dissimile a molti suoi contemporanei, riscritto qui nella storia delle cose – il  grammofono, il catino per le mani, i barattoli di latta sopra la credenza, la macchina per cucire, l’alzata per le torte, la stufa, la cappelliera, la biancheria da letto in pizzo… – e del loro utilizzo, di cui gli interpreti ci daranno man mano prova, costruendo l’oggetto stesso della propria refurtiva.

Dal racconto omonimo della scrittrice russa Tat’jana Nikitična Tolstaja – nipote dello stesso Aleksej Tolstoj di cui lo spettacolo “Onegin. Commentaries”, tra moltissime altre cose, ci narra alcuni aneddoti biografici – Alvis Hermanis ha tratto una pièce per due attori di ineccepibile bravura: Gundars Āboliņš e Jevgeņijs Isajevs.

Dove la forza attoriale e la comunicatività vengono veicolati dalla scenografia e dagli oggetti di scena, nonché dai comportamenti all’interno dello spazio dato.

La scia delle azioni interpretate da entrambi – uno dei due nella parte della padrona di casa e l’altro a guida e commento dei prodromi della storia e del suo riattualizzarsi in scena – si dipana su una tela dove tutto sembra essere prescritto, pronto per essere rindossato ma già stereotipato, ma dove al contempo rimane così terribilmente ambiguo e sfuggente.

Lo spettacolo, che ha decretato il successo internazionale per Hermanis, fa rivivere la storia di una donna bruttina e ingenua, eccellente cuoca, vittima di uno scherzo dei vicini che le ha infiammato il cuore e cambiato la vita. Passando dal burlesco al tragico, i due superlativi interpreti rappresentano l’esistenza di Sonja e la sua determinazione a vivere fino in fondo il suo sogno.

Un gioco di contrasti che incanta, quello che vede protagonista una “bambola colorata male” tra le sue bambole: ingenua sì, romantica d’altro canto, e monolitica nelle forme e nel pensiero.
Il personaggio di Sonja si presta allo sberleffo scanzonato della didascalia pur rimanendo eroicamente impermeabile all’esterno, tanto da firmare il finale sorprendente di un inganno teso a suo nome. Sempre che d’inganno si possa parlare, definendo le cornici accessibili all’edificio della fantasia.

Sonja è svanita in una notte di bombardamenti e così farà sulla scena di ogni ritratto conchiuso, registrando la propria vincita personale al gioco della vita, oltre che a quello del suo amore. Intrappolata in un rapporto platonico con un personaggio creato ad hoc da altri (a suo discapito), essa vincerà le trappole e i limiti della fantasticheria proprio tramite la finzione. Continuando a coltivare l’esistenza del suo ammiratore, leggendo nel cielo i segni del loro legame reciproco, privandosi felicemente – a favore dell’ombra di quest’ultimo – del nettare della vita (l’ultimo barattolo di conserva messo da parte prima della guerra) e lasciandoci con questa sua certezza. Perché Sonja “è stata felice, questo sì”, forse poco altro, ma è forse poco questo?

Lo sguardo dello spettatore è il primo e l’ultimo a varcare la porta di questa vita, un interno disabitato che aspetta di essere interpretato ma che sfugge a qualsivoglia spiegazione definitiva. Rispetto a questa presenza, Hermanis, gli scenografi, i costumisti e gli attori si muovono con estrema grazia, facendosi per primi carico del senso di perdita, di parziale sconfitta inscritta nello spettacolo, e che perdurerà alla sua conclusione, anzi facendo di esso lo spunto primario da cui fargli prendere corpo.

L’assenza della protagonista, il mistero e il fascino delle sue ottusità e la scomparsa di un mondo che è stato, tutti elementi a cui sembra sempre mancare qualcosa per essere compresi nel racconto di oggi (un po’ come il pepe nella minestra di Sonja), scatenano un’ossessione maniacale per il dettaglio e per la rappresentazione, e una corrispondente curiosità all’attenzione più raffinata della costruzione. Evolvendo in un dibattito intensissimo tra realtà e finzione, per la legittimità reciproca dei vari livelli compresi al loro interno e dei loro confini.
I ladri, dopo aver scompaginato i fogli di un inganno, se ne andranno così portandosi dietro le prove dell’esistenza di un amore ormai non meno prezioso di molti altri.

SONJA
Alvis Hermanis / Nuovo Teatro di Riga
regia: Alvis Hermanis
attori: Gundars Abolinš e Jevgenijs Isajevs
costumi: Kristine Jurjane
suono: Andris Jarans
luci: Arturs Skujinš-Meijinš
direttore di scena: Linda Zaharova
foto: Gints Mālderis
produzione: The New Riga Theatre
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 4’ 30’’

Visto a Firenze, Teatro Cantiere Florida, il 12 maggio 2013

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