T/Empio. Carullo e Minasi alle prese con la ragion giusta

Carullo e Minasi in T/empio

Carullo e Minasi in T/empio

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi si presentano in una scena stilizzata, cartonata, in bianco e nero, occupata al centro dalla sagoma di una porta vuota: «Torno subito», dice un cartello appeso; anzi, immaginate la scritta allo specchio, sul reverso, perché è così che la leggerete, accorgendovi subito di essere voi, pubblico, l’interno dell’edificio teatrale che prende vita stasera.

All’esterno della porta stanno Carullo e Minasi, allogati come oggetti scenici spaesati, anche loro in bianco e nero, la biacca in volto. Hanno al collo i simboli, anch’essi di carta, di quello che sarà il rispettivo atteggiamento nel dialogo che sta per cominciare: uno scialle a forma di punto interrogativo lei, una cravatta “esclamativa” lui.

Questa coppia di attori, che scrive e dirige i propri lavori, emana un’energia spontanea, un po’ sghemba, come l’anatomia e la postura dei loro corpi: anche la presenza fisica, allora, si unisce in qualche modo alla stilizzazione scenografica, completando un quadro inesorabilmente beckettiano, in cui però la cifra clownesca è sostituita da un’atmosfera da film muto di primo Novecento.


Dico «inesorabilmente» perché in “T/Empio – Critica della ragion giusta” l’influenza del teatro dell’assurdo è troppo esplicita, fin dall’inizio, per non lasciare il sospetto che certi tratti siano lo schermo di un’operazione più profonda.

Il testo s’ispira all'”Eutifrone” di Platone, inserendone gli spunti in un contesto drammaturgico astratto, statico, da processo kafkiano. Carullo e Minasi, cioè, aspettano in una sorta di aldilà il ritorno di un giudice che non dà traccia di sé, e la cui assenza apre un precipizio tutto interiore. Il dialogo inizia con un gioco alla Achille Campanile, un «mi scusi?» che pencola ambiguamente tra la formula di cortesia e la richiesta propria di perdono.
Gli snodi discorsivi e filosofici, però, cominciano a svilupparsi fra le pause e i vicoli ciechi del dialogo, trascinati sottovoce dalla relazione fra i due personaggi, la cui apparente immobilità lascia gradualmente intuire, in controluce, una linea emotiva e perfino commossa.

Nel dipolo scenico, la Minasi svolge il ruolo interrogante, demistificatorio: è lei a intelaiare l’elogio del dubbio, a mettere in discussione le certezze di Carullo (già smascherate dal suo atteggiamento fisico) con una sorta d’intervista sul giusto, un socratico “ti esti”; isolare il «santo» dall’«empio» è impossibile, anzi, il tentativo inane di nominare le due qualità già mostra la circolarità viziosa del linguaggio e delle idee.

Proprio in quello che potrebbe essere uno stallo, però, Carullo/Minasi fissano le radici della loro divergenza dalla drammaturgia dell’incomunicabilità. Senza mai abdicare in alcun modo all’idea di ricerca e rigore filosofici su cui “T/empio” si fonda, il testo apre margini di positività: s’insiste più volte sul valore della parola come bene comune, comunicazione (“cum-munus”, condivisione del dono).
La parola è vuota (e qui si rimanda, forse, alla “différance” di Derrida, allo scacco del linguaggio al soggetto), ma se le dai tempo, se si ha fiducia nello stratificarsi del significato e nella problematizzazione condivisa che ne segna l’interpretazione, allora questa parola potrà comunque partorire un valore comune e plurale. Anche se chi sta davanti alla fila, chi è il primo a rischiare, chi per primo mette in discussione il paradigma di un’epoca e delle sue parole chiave, non può che star male: come Carullo inquadrato dagli stipiti della porta, il volto imbalsamato dal terrore, dal disagio, che chiede alla compagna di passargli davanti, di concedergli il conforto e la protezione di chi è secondo. Come se soltanto dal dolore altrui potesse nascere la propria sicurezza, nell’impossibilità di essere secondi insieme: perché ci si troverebbe entrambi primi.

Lo spettacolo si sviluppa così, alternando al registro della dissertazione una cospicua dose d’ironia metateatrale (a volte, unica pecca, un po’ troppo trita): chissà, forse le aporie del ragionamento sono soltanto errori di memoria.
La composta e assertiva rabbia di Carullo si scontra col pungolo inquisitorio (ma vitale, appassionato) della Minasi, innervando il dialogo di slanci filosofici, la cui verticale viene ritmicamente mozzata dai ritorni all’assurdo: finché l’esposizione del confronto non comincia a fiaccare, come la pellicola bruciata da un diaframma rimasto troppo a lungo aperto. E allora, urla Carullo, «basta con tutto questo senso, perché dobbiamo continuare a parlare?». Ma una risposta si può dare. E, stavolta, non è razionale, ma tutta emotiva.

La sfida coraggiosa di “T/Empio”, che gli è valsa la vittoria del festival Teatri del Sacro 2013, sta proprio qui. L’impalcatura drammaturgica del teatro dell’assurdo serve a Carullo/Minasi per sorreggere e giustificare uno dei rischi più nobili: quello di insegnare.
Il monologo finale della Minasi altro non è se non un partecipe e commosso insegnamento: un monologo che, proprio perché in precedenza si è passati attraverso l’assurdo, può permettersi di essere tutto il contrario dell’assurdo. «Con decisione alzo il dito e dico che non lo so»: in quest’apertura può inserirsi l’accettazione della morte, del dubbio, della condivisione. La scena, allora, può diventare orlo della vita, foglio bianco, sfida all’intelligenza: e il monologo avere una semplicità estatica da far pensare a certe pagine commoventi di Simone Weil.

Dalla constatazione dell’assurdo alla fiducia nell’amore. Questo è il cuore di “T-Empio”. Carullo/Minasi lo dicono praticamente così, nella sua semplicità. Riuscendo però a non essere banali, perché a questa verità arrivano attraverso le ferite: e quanto sarebbe bello se questo teatro fosse qualcosa di più, se fosse la metafora di una svolta nuova che è antica da sempre.

T/Empio – Critica della ragion giusta
libera reinterpretazione dell’Eutifrone di Platone
scritto diretto e interpretato: Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
aiuto regia: Roberto Bitto
disegno luci: Roberto Bonaventura
scene, illustrazioni, costumi: Cinzia Muscolino
in coproduzione con Federgat
spettacolo vincitore Teatri del Sacro 2013
spettacolo finalista NeXtwork 2013

durata: 50′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro dell’Orologio, il 23 marzo 2014
Dominio Pubblico


 

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