Titus: l’approdo alto e faticoso della Piccola Compagnia della Magnolia

Davide Giglio in Titus

Davide Giglio in Titus

La Piccola Compagnia della Magnolia è un sodalizio ormai consolidato fra i più fecondi e interessanti del nord ovest italiano. Da anni continua un personale incontro-scontro con il classico, con particolare predilezione per Shakespeare, rileggendolo, masticandolo, per rigenerarsi e per continuare a rigenerarlo da angolature particolari e vive.

Abbiamo assistito al Litta di Milano al “Titus”, terza parte della trilogia sull’individuo di cui fanno parte anche “Hamm-let –  Studio sulla voracità” (2009), e “Otello – Studio sulla Corruzione dell’Angelo” (2010).

“Titus – Studio sulle radici”, prodotto nel 2011 con il sostegno del Sistema Teatro Torino, giunge a maturazione dopo un anno di gestazione. E’ forse abbastanza comprensibile il passaggio dall’Otello al Titus ragionando intorno alla vendetta, all’appartenenza.

La riduzione drammaturgica di Giorgia Cerruti della prima opera di Shakespeare è, insieme all’interpretazione di Davide Giglio, il faticoso tentativo di ricondurre ad un’unica voce la drammatica saga della vendetta, genere che sul finire del XVI secolo ebbe una sua fortuna sovranazionale in Europa. Ovviamente questo non ha nulla a che vedere con il lavoro della Compagnia della Magnolia, che prova invece a creare un assoluto che si stagli nell’universo platonico dei caratteri, emanazione magica di un rituale ancestrale, cui l’inizio e la fine dello spettacolo paiono alludere. Sembra lo spirito di uno Shakespeare, il Duende del teatro, ad alimentare la visione, ad annaffiarla e farla crescere per trasportarci in un universo di sogni e di incubi, nel bildungsoroman che ogni fruizione spettacolare contribuisce ad alimentare nello spettatore, costruendo un cammino di prove  ed esperienze, come “La città incantata” di Myiazaki.

Questo approccio che ci pare di intravedere, che connota sia la resa scenica che in generale il percorso ispiratore della compagnia, può forse apparire un manifesto artistico ambizioso, d’altri tempi, ma risuona in alcune dichiarazioni d’intenti, in quella “convinzione in noi sempre più radicata che i grandi del passato (Shakespeare, Copeau, Grotowsky… e molti molti altri…) – con le loro lezioni a volte di etica a volte di estetica – a volte di tecnica a volte di anima – debbano soffiare sulla ricerca dell’oggi. In questo periodo facciamo ricerca, prove intense volte al continuo studio della tecnica d’attore applicando i metodi dei “maestri” a noi cari, studiamo i classici e i contemporanei a voce alta, affiniamo l’orecchio e la concentrazione fisica, andiamo sovente a teatro e ci interroghiamo come spettatori, definiamo con contorni marcati la nostra identità espressiva e la nostra estetica”.

Leggiamo dunque in quest’ottica la fruizione che abbiamo condiviso con la compagnia.

Lo spettacolo inizia appunto con l’epifania di questo vecchissimo Daimon, che con gesti lentissimi innaffia una piantina, per poi sparire e lasciare spazio all’arrivo del generale Titus.
La scena è di pochi metri quadri, segnati sul pavimento da una croce ai cui estremi sono posti la piantina e il piccolo annaffiatoio, prossimi alla platea; all’estremo opposto, verso il fondo della scena, una poltrona. Alla sinistra del pubblico un telefono “pirandelliano”, che servirà al personaggio Titus per entrare in contatto con il suo creatore, mentre alla destra un attaccapanni di metallo, a struttura ramificata, su cui altri simboli della tragedia trovano posto: scarpe rosse, vesti di donna.

Titus indossa una giubba da generale napoleonico, ha il volto bianco di cera e un naso posticcio tondo, che rende meno credibile la truce cattiveria cui stiamo per assistere.

Se il tentativo della compagnia è quello di indagare sul senso dei legami di sangue e sulla lotta permanente dell’Uomo tra vendetta e perdono, che trovano unità assoluta nella profondità vivente dell’uomo, in cui civiltà e barbarie convivono, bene, questo elemento profondissimo dell’indagine non solo nel lavoro si coglie, ma riteniamo sia riuscito.

La faticosa riduzione monodica del dramma non snatura la trama, invero complessa, dell’opera di Shakespeare. La vicenda è quella dell’uomo di stato Tito Andronico, generale romano appena ritornato da una campagna militare durata 10 anni contro i nemici dell’impero. Il suo rientro a Roma avviene proprio alla morte del precedente imperatore, i cui figli Saturnino e Bassiano sono in lotta per il trono.
Tito, che potrebbe prevalere fra i due litiganti, rifiuta, facendo il suo ingresso in città con i prigionieri Tamora, regina dei Goti, e i suoi figli Alarbo, Chirone e Demetrio, e per dovere religioso sacrifica il primogenito di Tamora, Alarbo, alla memoria dei propri figli caduti durante la guerra.

Diventa imperatore il maggiore dei figli dell’imperatore defunto, Saturnino, che dovrà anche sposare la figlia prediletta di Tito, Lavinia. Costei ha però già sposato in segreto l’altro figlio, Bassiano, e i due ragazzi decidono di fuggire, mentre Saturnino, novello imperatore, sposa Tamora. Ma i figli di Tamora uccidono Bassiano, violentano Lavinia e le tagliano la lingua e le mani. Nel frattempo anche gli altri figli di Tito verranno condannati a morte da Saturnino, accusati di aver ucciso Bassiano.

A questo punto lo scacchiere delle vendette è servito: da un lato Tito, tradito nell’onore filiale e nel rispetto mancato del nuovo imperatore, dall’altro la nuova coppia imperiale, con Tamora che brucia di vendetta verso il generale che le ha ucciso uno dei figli.

Il finale, che un po’ richiama quello del successivo Amleto, non dà scampo. La disperazione shakespeariana del padre Tito, come quella del figlio Amleto successivamente, sconfina nella follia ed è ineluttabile.

Con una serie di stratagemmi Tito ucciderà Chirone e Demetrio, e li darà poi in pasto alla loro madre (l’attore ricorrerà ad un carciofo e a un pomodoro per impersonificare i figli).

La strage finale è pronta: Tito chiede a Saturnino se un padre dovrebbe uccidere la figlia stuprata, e avutone il permesso, prima uccide Lavinia, quindi dice a Saturnino ciò che Tamora e i suoi figli hanno fatto, infine confessa a Tamora che il pasto di cui si è nutrita erano in realtà i figli.
A quel punto, in Shakespeare, Saturnino uccide Tito, Lucio uccide Saturnino e viene eletto nuovo imperatore mentre tutti tributano un commosso ed addolorato addio a Tito.
La Magnolia si ferma un po’ prima, ma la sostanza resta.

La trama, così complessa da non poter essere ancor più ridotta pur nella più ossuta delle sintesi, è in realtà il vulnus più grande con cui l’abile e poetica riduzione di Giorgia Cerruti deve confrontarsi. E’ un’impresa a tratti improba, che la regista vince, a scapito forse di una variazione tonale dell’emotività complessiva del monologo, che infatti rimane inchiodata al succedersi di eventi infausti e violenze.

Davide Giglio in un disegno di Renzo Francabandera

Davide Giglio in un disegno di Renzo Francabandera

Il Titus di Davide Giglio (ma non solo, visto che interpreta anche tutti gli altri personaggi) è ugualmente un esito alto e faticoso, teatralmente d’altri tempi per la portata di un recitativo tutt’altro che agevole. Anche lui resta un po’ prigioniero della gabbia drammaturgica di Shakespeare, cui si rivolgerà cercandolo a telefono dopo aver ammazzato tutti, e chiedendo a “suo padre” se è stato bravo.

La fatica senz’altro merita, il monologo è forse un azzardo per una trama così complessa, e non lascia tutto lo spazio necessario a gestire l’escalation che parte dal senso dello Stato, per passare all’offesa dell’onore, della famiglia, fino all’ira e alla pazzia. Ripercorrendo a ritroso le emozioni cui Giglio dà corpo, non v’è dubbio che tutto questo ventaglio di sfumature non solo ci sia, ma sia ben identificabile nel ricordo dello spettacolo, e non è certo cosa da poco.

Proprio la trama, però, in controluce in questo tumulto emotivo, si perde lasciando un po’ spaesato lo spettatore nel gioco di vendette: è il piccolo peccato originale, la hubris della compagnia, che compatta una storia che Shakespeare raccontò con decine di personaggi in cinque atti, su un unico attore e in un’ora circa; un po’ troppo per lasciare sufficientemente chiari negli occhi degli spettatori la portata della reductio posta in essere e la limpidezza più profonda dell’esito.

Personalmente non saprei dire cosa togliere e cosa aggiungere al grande impegno sul testo e sull’attore della Magnolia, cui andrebbero riconosciute quattro o cinque stelle. Non so cosa sia perfettibile, e d’altronde quello è, più profondamente, compito dell’artista. Uno scarto fra intenzioni ed esito però c’è. E dal mio punto di vista non è uno scarto che riguarda lo studio tutto interno alla compagnia, al rapporto fra teatro, testo e attore, ma al rapporto con il pubblico. In questo forse aveva ragione Grotowski nel ritenere che il pubblico può essere perfino elemento contaminante del teatro, quando decise che avrebbe lavorato a porte chiuse.

Ma tant’è, se “ci interroghiamo come spettatori”, se si decide di aprire le porte di quel luogo dannato che è la sala, con il pubblico si deve fare i conti: forse in questo, per paradosso, la grande prova della Magnolia pecca un po’. Insomma, allo spettatore che chiedesse cosa fare davvero per godersi quello che si appresta ad andare a vedere (e, tra i prossimi, il suggerimento va agli amici di Napoli che potranno assistere alle repliche all’Elicantropo dall’8 all’11 marzo), potremmo dire di non andare a digiuno della trama, per non rimanere un po’ schiacciati come verdura nel tegame dell’ira di Tito.

TITUS. Studio sulle Radici
elaborazione dal Titus Andronicus di William Shakespeare
con: Davide Giglio
elaborazione e regia: Giorgia Cerruti
produzione: Piccola Compagnia della Magnolia
con il sostegno del Sistema Teatro Torino e Provincia
In collaborazione con Théâtre Durance – Scène Conventionnée (France – PACA)

Visto a Milano, Teatro Litta, il 19 febbraio 2012

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *