Trainspotting, lo schiaffo di Mabellini ai nostri anni imbolsiti

Photo: Manuela Porchia
Photo: Manuela Porchia

Solo una sana e consapevole tossicodipendenza salva i giovani dallo stress e dalla depravazione nevrotica.
Quando uscì a metà degli anni Novanta, prima come libro (di Irvine Welsh) poi come film (con la regia di Danny Boyle), “Trainspotting” fu un pugno nello stomaco, un caso disturbante, in aperta rottura con il rampantismo e la tranquillità borghese dell’epoca. Quell’opera paradossale e grottesca fece breccia nel cuore degli adolescenti. Incentrata sulle droghe e sulle dipendenze, era destinata a diventare un cult.

Una generazione dopo, “Trainspotting” arriva in Italia come camaleontica pièce teatrale nella versione di Wajdi Mouawad, con la traduzione di Emanuele Aldrovandi e la regia di Sandro Mabellini. Il rischio di riuscire anacronistici o di banalizzare, scimmiottando il film e cadendo nella maniera, era forte. E invece ne viene fuori una storia metropolitana sapida, beffarda, splatter sin dalle prime battute, che scuote con nuovo vigore i nostri anni imbolsiti e nichilisti.

Non siamo ancora entrati in sala e già vediamo sulla scena quattro tipi spogliati, sbolliti, sdruciti, smidollati, volgari, in paranoia totale nell’attesa di un treno. Da questo nasce il titolo dell’opera, dall’atto di aspettare i treni. Era l’epoca in cui i tossicodipendenti, in preda alla disperazione, posavano la testa sui binari e aspettavano i convogli.
Il background storico vede al centro un Regno Unito in crisi economica, con il Thatcherismo incapace di arginare l’altissimo tasso di disoccupazione giovanile. Eroina ed ecstasy erano il clou dei fine settimana. Vite passive, passate a spappolarsi il cervello, aggrappate a un cucchiaino da scaldare su una fiammella. Sparando bile in una vena putrefatta.


Tutto è decadimento in quest’opera, partendo dalla scenografia underground che scava gli abissi di un’umanità derelitta. Scritte con spray su pareti sgualcite. Sgabelli come water closet. Situazioni squallide, personaggi balordi, sguardi allampanati. Discorsi insensati sputati da bocche votate al turpiloquio. Un sottosuolo decadente, che pare di sentire l’odore di cesso e di sesso, di vomito, urina e feci.

Tre attori prendono possesso della scena con una personalità rara, con una forza d’urto dirompente: Michele Di Giacomo è Mark Renton, il protagonista, disoccupato che trascina i suoi amici nel vortice della “roba”; poi c’è Begbie (Marco Bellocchio), energumeno dotato di straordinaria energia vitale. Infine c’è Tommy (Riccardo Festa), proteso nella cura maniacale del proprio corpo. Nel divampare di tanta vitalità, prova faticosamente a reggere il passo l’unica donna in scena, Valentina Cardinale, nei panni di Alison.

Tra espedienti vari e piccoli reati, i nostri cercano la dose per procurarsi il “rush”, lo sballo. Non c’è una vera e propria pulsione autolesionistica: Mark e gli altri si “fanno” semplicemente per sfuggire alla normalità e alle sue convenzioni, forse non meno deliranti della droga. Essere liberi, per loro, significa procurarsi liberamente il maggior piacere possibile.

Gli attori danno il meglio di sé: visi spiritati, parole biascicate, recitazione deforme. Sono in preda a mille tic e mille nevrosi. Assistiamo alla dilatazione delle loro pupille. Percepiamo le crisi d’astinenza, i dolori muscolari e delle articolazioni, la nausea, il vomito, i crampi allo stomaco, la dissenteria, i brividi, la pelle d’oca, la sudorazione, la lacrimazione oculare, l’estrema irrequietezza. È un mix d’ansia e disforia, depressione ed esaltazione.

In questo vortice aberrante di pose languide o plastiche, di voci graffianti o striscianti, ogni dettaglio è curato. Mabellini in cabina di regia ne inventa di tutti i tipi per regalarci cento minuti di puro trip, all’insegna dell’ironia e della sfrontatezza.
Insieme a una colonna sonora irruente – in cui fa capolino uno sbuffo corale techno-jazz, eseguito a cappella dai protagonisti -, alle luci industriali, ci esalta il testo, con i suoi dialoghi snelli capaci di restare nella memoria, con le frequenti ellissi, con i dettagli forti che sbugiardano il colto perbenismo borghese.
Questo gioiellino irriverente promette di riuscire uno degli spettacoli migliori della stagione.
Dal 5 all’8 aprile al Brancaccino di Roma.

TRAINSPOTTING
di Irvine Welsh
versione di Wajdi Mouawad
traduzione di Emanuele Aldrovandi
uno spettacolo di Sandro Mabellini
con Michele Di Giacomo, Riccardo Festa, Valentina Cardinali, Marco Bellocchio
costumi Chiara Amaltea Ciarelli
drammaturgia scenica Riccardo Festa, Michele Di Giacomo, Marco Bellocchio, Valentina Cardinali
coproduzione Viola Produzioni S.r.l. – Accademia degli Artefatti

durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 3’ 10”

Visto a Milano, Teatro i, il 26 marzo 2018

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