La tragedia di Euripide al suo debutto al Festival di teatro antico di Veleia con un gruppo di giovani attori ed attrici
Dopo le “Baccanti” presentate lo scorso anno, Leonardo Lidi torna al Festival di Teatro Antico di Veleia con un’altra grande tragedia euripidea, confermandosi capace di attraversare il repertorio classico senza trasformarlo in un esercizio archeologico.
La sua “Medea”, nata all’interno del progetto Bottega XNL – Fare Teatro e interpretata da un gruppo di giovani attori selezionati tra centinaia di candidature provenienti da tutta Italia, guarda infatti al mito come a una lente attraverso cui leggere il presente, lasciando emergere con forza le inquietudini del nostro tempo.
Se nelle “Baccanti” la scena era attraversata da un’energia vitale e ribelle, qui il tono si fa più severo. La tragedia sembra caricarsi del peso di un mondo attraversato da conflitti, esclusioni e nuove forme di violenza.
Lidi stesso individua nella figura della “straniera” il centro della propria lettura, facendo di Medea non soltanto la donna tradita e vendicatrice immaginata da Euripide, ma l’emblema di ogni individuo posto ai margini della comunità.
La riflessione si sviluppa attorno a una figura che non trova mai una reale integrazione nel tessuto sociale che la circonda. Medea è accolta finché utile, tollerata finché funzionale al progetto politico e personale di Giasone. Quando quell’equilibrio si spezza, emerge tutta la fragilità di una società incapace di convivere con ciò che percepisce come diverso. L’eroina euripidea diventa così il simbolo di ogni marginalizzazione, di ogni identità destinata a restare irriducibilmente altra.

A dare corpo a questa condizione contribuisce in maniera decisiva la scelta di affidare il ruolo a Yulia Redila, attrice ucraina che interpreta alcune parti del testo nella propria lingua madre. Non si tratta di un semplice elemento di colore o di un richiamo all’attualità, ma di una precisa scelta drammaturgica. Medea resta straniera anche per il pubblico, che si trova ad ascoltare parole non immediatamente comprensibili, mentre la traduzione italiana appare proiettata direttamente sulle antiche pietre dell’area archeologica di Veleia. La lingua diventa così una frontiera concreta, un segno tangibile di appartenenza e insieme di esclusione. Le sovratitolazioni, che si innestano sulle rovine romane, producono un suggestivo cortocircuito fra tempi e geografie differenti, facendo convivere il mito greco, la memoria del luogo e le ferite dell’Europa contemporanea.
L’intuizione più significativa della regia riguarda però il coro. Lidi immagina infatti una comunità di bambini, o forse di adulti che tornano a incarnare la propria infanzia, trasformandoli in osservatori impotenti del dolore generato dal mondo dei grandi.
Vestiti con grembiuli neri, colletti bianchi e lunghe calze, evocano immediatamente l’universo scolastico e una dimensione infantile insieme familiare e perturbante. La loro presenza attraversa l’intero spettacolo come una silenziosa interrogazione morale: assistono senza poter intervenire. Non rappresentano più soltanto la comunità, come nella tradizione tragica, ma diventano il simbolo delle generazioni che ereditano le conseguenze delle decisioni degli adulti.
In questa prospettiva il mito si avvicina inevitabilmente al presente. Le guerre che attraversano il nostro tempo sembrano affiorare continuamente sulla scena senza essere mai nominate esplicitamente. Quei bambini diventano allora il volto più fragile della collettività, coloro che subiscono gli effetti di una violenza esercitata altrove e che il teatro ci costringe ancora una volta a guardare negli occhi.
La scena lavora per sottrazione, lasciando che sia soprattutto il paesaggio archeologico a dialogare con la tragedia. Le rovine di Veleia non fungono da semplice fondale suggestivo, ma diventano parte integrante della drammaturgia. La loro presenza materiale restituisce una profondità temporale che amplifica il testo di Euripide, ricordando come le domande poste dalla tragedia attraversino i secoli senza perdere la propria urgenza.
Il risultato è una coralità compatta, alimentata da un evidente lavoro di ascolto reciproco. Non emerge la volontà di mettere in evidenza il singolo, quanto piuttosto di costruire una comunità scenica capace di sostenere il peso della tragedia. Anche il contributo di Riccardo Micheletti ai movimenti e quello di Aurora Damanti ai costumi si inseriscono coerentemente in questa direzione, rafforzando una visione che privilegia il gruppo rispetto all’individualità.

Più che raccontare l’esplosione della vendetta di Medea, che pur avviene, Leonardo Lidi sembra interrogarsi sulle condizioni che la rendono possibile. La tragedia non viene ridotta a un dramma privato o psicologico, ma letta come il prodotto di un sistema di rapporti fondato sull’esclusione e sull’esercizio del potere. È proprio qui che il classico ritrova la sua necessità: non come reperto da conservare, ma come strumento per comprendere il presente.
Nel silenzio della notte di Veleia, tra pietre che custodiscono la memoria di civiltà scomparse, “Medea” torna così a formulare una domanda che continua a riguardarci: cosa accade quando una comunità decide di espellere chi considera diverso? La risposta di Euripide resta terribile. Quella di Leonardo Lidi suggerisce che ogni atto di esclusione produce conseguenze che si riverberano ben oltre i suoi protagonisti, raggiungendo inevitabilmente chi verrà dopo. E sono proprio i bambini, immobili testimoni della tragedia, a ricordarcelo.
MEDEA
di Euripide
traduzione di Umberto Albini
regia Leonardo Lidi
con Eleonora Bernazza, Agnese Sofia Bonato, Sebastiano Bronzato, Ilaria Campani, Veronica D’Elia, Eugenia Elifani, Samuele Finocchiaro, Gabriele Graham Gasco, Stefano Macciocca, Greta Petronillo, Alma Poli, Yulia Redila
movimenti Riccardo Micheletti
costumi Aurora Damanti
aiuto regia Martina Montini
sarta di scena Federica Santi
spettacolo realizzato nell’ambito del progetto speciale Bottega XNL-Fare Teatro
ideato e diretto da Paola Pedrazzini
per Fondazione di Piacenza e Vigevano
produzione Fondazione di Piacenza e Vigevano e Festival di Teatro Antico di Veleia
Durata: 1h circa
Applausi del pubblico: 3′ 56”
Visto al Festival di teatro antico di Veleia il 20 giugno 2026
Prima nazionale
