Gran finale tra circo, mimo e danza per Mirabilia, che guarda già al prossimo anno

Staff e volontari di questa edizione per il saluto conclusivo del festival (ph: Andrea Macchia)
Staff e volontari di questa edizione per il saluto conclusivo del festival (ph: Andrea Macchia)

I fuochi d’artificio di Akoreacro, il mimo di Three Dots, la danza di Natiscalzi DT, le acrobazie della “Supercasalinga” Roberta Paolini. E mentre si chiude Mirabilia, il direttore Fabrizio Gavosto pensa, con idee chiare, all’edizione 2023

Circa mezzo secolo fa, il regista Nanni Loy evidenziava il legame salvifico tra il teatro e la città di Cuneo: «Il teatro ha spezzato l’isolamento di Cuneo. La cultura ha ricollegato la città all’Italia, anticipando le autostrade, le ferrovie. Io dico che altre città avranno migliori strade, migliori illuminazioni o altro, ma non hanno certamente la luce, la tradizione, la fama, che circonda il Teatro Toselli».

Sito nel cuore del centro storico, nei pressi del vecchio quartiere ebraico, proprio il Teatro Toselli inaugura la giornata conclusiva di Mirabilia, festival di circo internazionale e arti performative che si è tenuto a Cuneo fra il 31 agosto e il 4 settembre.

Tra poltrone rosse, palchetti e decori dorati che ricordano La Scala di Milano, è di scena “La Supercasalinga”, spettacolo comico per famiglie di e con Roberta Paolini (regia Philip Radice) che ironizza sul perfezionismo maniacale di certe persone nello svolgimento delle faccende domestiche.
In scena una donna corpulenta in bigodini, pattine e grembiule. Armata di guanti, sgrassatore e spolverini, la Supercasalinga inizia la sua battaglia quotidiana contro macchie e acari. La pulizia è la sua religione, Mastrolindo il suo nume tutelare. Ad agitarla come super-io sinistro e inquietante, c’è anche sullo sfondo un quadro, con il ritratto severo di una strana donna. Dalle borse della spesa fuoriescono più oggetti che dalle tasche di Eta Beta; grammelot, gag di tutte le risme, e l’immancabile spettatore preso di mira; mani tuttofare; braccia che si allungano a dismisura; aspirapolvere tentacolari. La musica che fuoriesce da una radio è liberatoria, e avvia balli frenetici, scanzonati, che regalano al pubblico la risata di pancia.


Photo: Andrea Macchia
Photo: Andrea Macchia

La danza di Natiscalzi DT impreziosisce l’epilogo di “Mirabilia” nella Chiesa di San Francesco, altro luogo pieno di storia, soprattutto per gli interessanti scavi archeologici e mostre d’arte contemporanea, che ne fanno uno dei fari culturali della città.
“Se fosse”, coreografia e testi di Tommaso Monza e Claudia Rossi Valli, è trama di segreti e immaginazione. Fra verità e leggenda, nasce uno spettacolo al condizionale avviato da una creatura ibrida (Alberto Gnola), metà uomo metà uccello. Performare l’utopia. I dubbi, le domande e le possibilità sono espressi in modo sobrio, con gesti semplici e puliti. Il pubblico è liberamente coinvolto e introdotto nei sacrari dello spettacolo, in un clima conviviale che prevede il rito del caffè. Si susseguono domande di tutti i tipi, quelle semplici dei bambini e quelle complesse di un mondo adulto che contempla la distruzione e la guerra. “Se fosse” è uno spettacolo che, nel lambire scenari apocalittici, crea le occasioni per sognarci e pensarci diversi.

Stessi autori per “Dreaming Costa Rica”. Accanto ad Alberto Gnola, stavolta c’è anche Ludovica Messina. Una donna e un uomo muti. Uno smarrimento nei molteplici labirinti della mente. Un senso di circospezione e d’inquietudine. L’anelito verso un altrove indefinito. Che presto si trasforma in ricerca della luce, desiderio di naufragi, e accende una danza esotica. Scrutarsi. Andare oltre per riconquistare lo stato di natura e disintossicarsi dalla corruzione della storia.
“Dreaming Costa Rica” non è solo fuga verso paradisi di palme, amache e mari incontaminati, ma anche ripudio della guerra, se è vero che la Costa Rica è un Paese senza esercito, con il tasso più basso di criminalità dell’America Latina e primo al mondo per felicità media, nonostante le numerose sacche di povertà.
Performance sinestetica, dove si mangia ananas e la pioggia è liberatoria. Un esercizio anche per lo spettatore. Un’occasione per riflettere sulle priorità della vita e sulla gerarchia di valori che la rendono degna di essere vissuta.

Tutti conosciamo il mimo, ma non sono tante le opportunità di vederlo in scena. Ecco perché non andava persa l’occasione di assistere al Toselli allo spettacolo “M.I.M.E.S. (Most Imbecilic Mimes Ensemble Show)” di The Three Dots Company.
Tre attori sul palco (Mauro Groppo, Samuel Toye e Paolo Scaglia) alle prese con una porta da aprire e una lampadina da cambiare. Solo che l’arte vuole la sua parte, e c’è un mimo che non accetta le regole. Spettacolo in bilico tra immaginazione e realtà, dove l’errore è ben accetto e diventa lo spunto per gag esilaranti. Emulando il wrestling, volano botte da orbi stile Bud Spencer e Terence Hill. Tutto ciò che è irrazionale è reale, tutto ciò che è concreto genera sensi di colpa.
Spettacolo enigmatico, buffo, sornione, con il pubblico coinvolto nei rimbalzi mimici. Male che vada si rompe una lampadina (finta), mentre rimane accesa per un’ora la simpatia degli attori e la fantasia meravigliata degli spettatori.

Epilogo pirotecnico di “Mirabilia” verso la periferia, in piazza della Costituzione.
“Arrêt d’urgence”, dei francesi di Akoreacro, è uno spettacolo tout public che mescola le arti teatrali a un livello altissimo. Match senza esclusione di colpi tra una compagnia di circensi e un’orchestra di musica da camera. Ne nasce un climax di trovate tra il geniale e il clamoroso, con l’arrivo di elevatori e camion, un pianoforte catapultato in tutte le direzioni, un violino incendiato da un archetto impazzito. E creature tra apollineo e dionisiaco proiettate verso il cielo come elastici impazziti. Il segnale acustico del lampeggiatore sfuma nelle melodie di Vivaldi. I clacson fanno il controcanto al sax. Appollaiati su un camion, musicisti e acrobati sfidano la forza di gravità, mentre realizzano una magnifica sinfonia da circo.
“Arrêt d’urgence” è una partitura dall’energia sfrenata, da lustrarsi gli occhi in orizzontale e in verticale, mentre tra fuoco e scoppi gli artisti in scena si materializzano, scompaiono e svolazzano in un ingorgo scenico delizioso e farneticante. L’umanità di clown, acrobati e musicisti ci accompagna a un nuovo approccio all’inciampo, al capitombolo, all’imprecisione, al farfuglio, al caos, all’esagerazione e all’emozione. All’inconcludenza. Insomma, ci prepariamo alla sconfitta. E forse solo allora, tra balbettii e sorrisi, affiora la possibilità del riscatto.

Intanto per Fabrizio Gavosto, direttore artistico del festival, è tempo di bilanci. «La prima considerazione riguarda la macchina organizzativa – ci racconta – Ciò che rende uno spettacolo bello è la cura del dettaglio, dall’ambiente al pubblico, dalle compagnie agli spettacoli. Abbiamo messo a frutto la lezione del Covid, che richiedeva un’attenzione particolare nella scelta degli spazi e il rispetto di determinate regole. Il Covid ha portato a ridurre spettacoli e spettatori. Eppure nella sola giornata di domenica avevamo un totale di duemila spettatori a pagamento. Cuneo ha risposto a “Mirabilia” con entusiasmo e stupore. Vedere le code in attesa degli spettacoli è stato emozionante. Abbiamo valorizzato il centro storico, ma anche spazi poco conosciuti o periferici della città, come il parco fluviale, le arcate del ponte o i Giardini Lalla Romano. Ho apprezzato che il pubblico sotto la pioggia sabato sera chiudesse gli ombrelli durante il “Moby Dick” per permettere a chi era dietro di vedere. Oppure che, subito dopo lo spettacolo, rientrasse in fretta per cambiarsi i vestiti bagnati, per assistere agli altri spettacoli in seconda serata».

Gavosto rileva l’atmosfera gioiosa e stupita del festival. E annuncia piccole novità per la prossima edizione: «Cercheremo di riempire gli spazi di via Roma, soprattutto nella programmazione domenicale, per avere la possibilità di intercettare meglio i cittadini che ne affollano i portici. Dovremo calibrare il festival su un’utenza più alta dei piccoli borghi dove finora avveniva il festival. Avrei potuto programmare “A-Tripik” di CirkVOST per tutta la durata del festival, e dare a più spettatori l’occasione di vedere uno spettacolo così particolare. Continueremo su questa traccia. Curando la qualità prima della quantità. Sarà difficile alzare l’asticella, avendo già quest’anno programmato il meglio del circo e del teatro urbano. Forse ci saranno ancora i chapiteau, ma non sottovalutiamo il rischio che un tendone possa essere bersaglio dei tornado, aumentati a causa dei cambiamenti climatici. Riformuleremo l’approccio alla danza, limitando la sperimentazione, perché il nostro non è un pubblico di nicchia. Proporremo spettacoli più rodati, con focus sui migliori artisti, da Marco Chevenier a Silvia Gribaudi».

Anche noi ci prepariamo a un nuovo Arrêt d’urgence. E a una nuova uscita d’emergenza piena di sorprese. Au revoir, Mirabilia!

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