“Tre sorelle” e “Il gabbiano”, scritti a sei anni di distanza l’uno dall’altro, sono i testi scelti per venti giovani interpreti
Carmelo Rifici torna a indagare il mondo checoviano e lo attraversa con l’ausilio di venti giovani attrici e attori, ai quali offre l’opportunità di confrontarsi con i suoi complessi personaggi.
Come evento conclusivo del percorso di alta formazione che Rifici ha tenuto insieme a Tindaro Granata, attraverso un lungo periodo di gestazione svoltosi durante le residenze estive alla Maison des Artistes di Bard e nel comune lombardo di Roncobello, il dittico composto da “Le tre sorelle” e “Il gabbiano” tenta di rispondere ad alcune domande: può Čechov, ancora oggi, proporre riflessioni sulla questione della Russia e dell’Europa? Cosa significa per un giovane affrontare un testo del Novecento? Si può mantenere un dialogo vivo con la letteratura?
La risposta arriva appunto in due round, rappresentati dal dittico.
Ne “Le tre sorelle” Rifici mette a disposizione il testo originale, con pochissimi tagli e adattamenti. La storia è quella delle tre protagoniste Maša, Olga e Irina, che vivono in una piccola città della provincia russa e desiderano tornare a Mosca per fuggire da una vita monotona e insoddisfacente. La loro esistenza è segnata da amori impossibili, delusioni e difficoltà familiari, con il fratello Andrej che spreca la propria vita e le ricchezze di famiglia. Le loro speranze di riscatto quindi svaniranno, e le sorelle rimarranno intrappolate in quella realtà che avrebbero voluto abbandonare.
Ne “Il gabbiano” (che Rifici aveva già affrontato dieci anni fa, all’epoca neodirettore del LAC di Lugano) il regista decide invece di affidare la riscrittura a Livia Rossi, che rilegge il dramma (centrato sulla vita di Konstantin Treplev, giovane aspirante drammaturgo che cerca di affermare la propria arte ma si scontra con l’indifferenza della madre, la famosa attrice Irina Arkadina, e con il successo del suo rivale amoroso e artistico, lo scrittore Trigorin) alla luce degli avvenimenti recenti e degli scritti di Anna Politkovskaja.
“Le tre sorelle” rappresenta forse il testo più maturo di Čechov, esempio sublime di drammaturgia a strati, in cui l’azione esterna è minima mentre i personaggi evolvono internamente, in un’esplosione di conflitti. La tensione risiede nel sottotesto, nella vita interiore, e la forza del racconto è affidata al realismo emotivo degli attori.
Nonostante Čechov fosse rimasto deluso dalla regia di Stanislavskij – avendo immaginato una commedia leggera e ironica, diventata invece malinconica e tragica – è proprio questa divergenza a mettere in evidenza la profondità dei personaggi.
La versione di Rifici restituisce il processo di ricerca dei giovani talenti, mostrando l’esito dell’indagine individuale e collettiva sui personaggi delle “Tre sorelle”. La scenografia di Matteo Bagutti riflette questa scelta: elementi sparsi sul palcoscenico spoglio, schermi giganti che proiettano riprese dal vivo e diapositive, un pianoforte a sinistra e un lungo tavolo da salotto.
Le azioni si svolgono su più piani di visione, sfruttando l’intera lunghezza del palcoscenico, mentre le riprese video forniscono dettagli ravvicinati.
La regia di Rifici mostra il lavoro degli interpreti e preserva i ritmi insiti nel testo: primo e secondo atto vivaci, quasi da commedia umana, seguiti da un terzo e quarto atto dilatati ma intensi.
Il cambio scenografico è decisivo: alla fine del secondo atto cumuli di abiti logori cadono dall’alto anticipando l’incendio; quando il sipario si riapre, la scena è vuota, disseminata di vestiti su cui si muovono le tre sorelle. L’ambientazione diventa desolata come le loro condizioni interiori: Irina, Maša e Olga prendono coscienza che i sogni giovanili si infrangono contro la realtà, e che le loro ambizioni vengono soffocate da una società in trasformazione. L’uso dei cumuli di vestiti richiama l’oggi, la società dell’iper-consumismo, che annichilisce l’individuo proprio come i cambiamenti di fine Ottocento.
Nel cast di neodiplomati, attenti alla caratterizzazione senza scivolare quasi mai in costruzioni troppo apparenti, spiccano Davide Pascarella (Andrèj Sergèevič Prozorov), intenso nel percorso involutivo del personaggio; Roberta Ricciardi (Maša), con la splendida voce e l’altalena emotiva; Daniele Di Pietro (Fëdor Ilíč Kulygin), che strappa più di una risata restando credibile nel ruolo del professore di provincia; il precisissimo Ion Donà (Vasilij Vasílevič Solënyj), e l’Irina di Sara Mafodda, capace di commuovere nel momento di rottura emotiva.

Per “Il gabbiano”, opera giovanile di Čechov, Rifici sceglie una riscrittura. Livia Rossi interviene in modo chirurgico, sovrapponendo l’attualità al dramma originario e inserendo riferimenti al conflitto russo-ucraino e alla censura del governo russo. I richiami alla narrazione della guerra di Anna Politkovskaja e Svetlana Aleksjievič, alla situazione economica russa contemporanea, alla chiusura del Maly Teatr nel 2023 durante “Amleto” e ai campi di rieducazione in Crimea arricchiscono il testo, ma rischiano a volte di appesantirlo e di allontanare interpreti e pubblico dalla ricerca interiore che caratterizzava “Le tre sorelle”.
La scenografia è ridotta al minimo: per gran parte del primo atto le figure sono stagliate nel vuoto. Restano immagini notevoli, che richiamano il cinema scandinavo, come la madre Arkadina sdraiata su una sdraio illuminata da un faro.
Nella seconda parte un telo semitrasparente separa scena e controscena, con figure sullo sfondo che osservano come presenze sospese.
La regia mostra le nevrosi del testo, riscrivendo i personaggi in chiave contemporanea, a partire da un Konstantin quasi “mucciniano”. Tuttavia il ritmo rimane lento per gran parte dello spettacolo.
Nella seconda parte regia e riscrittura appaiono più invadenti: il parallelismo tra l’amore di Konstantin per Nina (la giovane attrice innamorata di Trigorin) e l’ossessione per la madre, plateale nel quarto atto, appare forzato, pur richiamandosi alle letture freudiane.
Più interessante invece il tema del mancato riconoscimento: ne “Il gabbiano” nessuno sembra davvero vedere l’altro, restando sospeso, in attesa, nascosto dietro uno schermo trasparente. Solo Nina arriva a integrare la sua ferita nella propria identità.
Il cast merita senz’altro un elogio per la difficoltà del compito, fra personaggi complessi e una riscrittura densa. Si distinguono Alessandro Bandini, con un Konstantin nevrotico ma capace di trovare negli anni una sorta di rassegnazione; la Nina spontanea e vitale di Matilde Bernardi; Silvia Di Cesare, una Polina capace di portare brillantezza, e Jonathan Mazzini, irresistibile nel ruolo di Piotr Nikolaevič Sorin.
L’operazione di Rifici è di certo encomiabile: offre a giovani talenti l’opportunità di affrontare testi raramente prodotti e sicuramente complessi. Nel dittico emerge la regia di “Tre sorelle”, che si distingue per precisione, cura e attenzione. Pur essendo l’esito di un percorso formativo, possiede la compiutezza di una proposta pienamente realizzata del dramma cechoviano.
In scena questo fine settimana al Teatro Due di Parma.
Tre sorelle
di Anton Cechov
con Catherine Bertoni De Laet (Olga), Silvia Di Cesare (Anfisa), Daniele Di Pietro (Fëdor Ilíč Kulygin), Ion Donà (Vasilij Vasílevič Solënyj), Sara Mafodda (Irina), Marco Mavaracchio (Čebutykin), Davide Pascarella (Andrèj Sergèevič Prozorov), Benedetto Patruno (Ferapònt), Roberta Ricciardi (Maša), Edoardo Sabato (Nikolàj Lvovič Tuzenbach), Jacopo Squizzato (Aleksàndr Ignàtevič Veršinin), Emilia Tiburzi (Nataša)
durata: 3h
applausi del pubblico: 4′
Il gabbiano
di Anton Cechov
riscritto da Livia Rossi
con il contributo di Giacomo Albites Coen, che ha scritto il brano interpretato da Nina nel primo atto
con Giacomo Albites Coen (Borís Aleksèevič Trigòrin), Alessandro Bandini (Konstantín Gavrílovič Trepliòv), Matilde Bernardi (Nina Michàjlovna Zarèčnaja), Silvia Di Cesare (Polina Andrèevna), Jonathan Lazzini (Piotr Nikolàevič Sòrin), Marta Malvestiti (Irina Nikolàevna Arkàdina), Alberto Marcello (Evgenij Sergèevič Dorn), Francesca Osso (Maša), Benedetto Patruno (Iljà Afanàsievič Sciamràev), Alberto Pirazzini (Semiòn Semiònovič Medvèdenko)
a cura di Carmelo Rifici
maestri Tindaro Granata, Carmelo Rifici
maestro per le scene Daniele Spanò
maestra per le luci Giulia Pastore
maestri per il suono Brian Burgan, Federica Furlani
maestro per il palcoscenico Giuseppe Marzoli
regista assistente Ugo Fiore
assistente alla regia Livia Rossi
training e movimenti Leonardo Castellani
datore luci Giovanni Voegeli
scene realizzate da Matteo Bagutti presso il Laboratorio del LAC
coproduzione LAC Lugano Arte e Cultura, Manifatture Teatrali Milanesi
partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco
si ringraziano
Alessandra Giuntini per la consulenza alla drammaturgia de Il gabbiano
MAB – Maison des Artistes Bard e il Comune di Roncobello per le residenze artistiche
durata: 2h 50′
applausi del pubblico: 3′
Visti a Milano, Teatro Litta, il 6 e 11 novembre 2025
