Accanto a Fabrizio Bentivoglio, in scena Camilla Semino Favro e Simone Tangolo
Cosa accade quando non sappiamo più raccontare ciò che siamo e che siamo stati? Che ne è della nostra identità? Dalla storia personale di un uomo che sta perdendo la traccia della propria vita, il dramma dell’Alzheimer viene raccontato (senza mai nominarlo) sullo sfondo di un’Europa che sta smarrendo la propria memoria storica e collettiva.
In scena al Piccolo Teatro di Milano fino al 3 aprile, “Variazioni sul modello di Kraepelin” è uno di quegli spettacoli che non si limitano a essere visti, ma chiedono di essere attraversati, abitati, quasi decifrati passo dopo passo. Un lavoro che trova nella sua stessa struttura mobile, instabile, in continua ridefinizione, la chiave più profonda del proprio senso.
Sin dall’ingresso in sala, lo spettatore è accolto da un impianto scenotecnico, curato da Paolo Di Benedetto, sorprendente per dinamismo e densità simbolica: sedie che cambiano posizione, elementi domestici (un frigorifero, una cucina) che si spostano, si ricollocano, si ridefiniscono ancora prima che l’azione scenica prenda avvio. Non si tratta di un semplice dispositivo estetico, ma di un vero e proprio linguaggio: un fluttuare continuo che suggerisce da subito una realtà instabile, mutevole, dove il significato delle cose non è mai fisso, ma sempre in trasformazione.
È un habitat scenico che respira, si muove, che sembra pensare insieme agli attori e agli spettatori, generando un impatto visivo potente e, al contempo, profondamente semantico.

Al centro dello spettacolo si sviluppa una trama che rifugge la linearità per costruirsi attraverso frammenti, ripetizioni e variazioni. I personaggi, o meglio le loro possibili identità, si muovono all’interno di situazioni che sembrano riproporsi ogni volta con minime differenze, come se fossero sottoposte a un esperimento continuo. Le relazioni si ridefiniscono costantemente, i ruoli slittano, e ciò che appare inizialmente familiare si carica progressivamente di ambiguità.
Il riferimento al “modello di Kraepelin” (Emil Kraepelin fu lo psichiatra tedesco che, assieme ad Alois Alzheimer, studiò la malattia nominandola in omaggio al collega) diventa allora una chiave di lettura: come in un’osservazione clinica, ciò che interessa non è tanto una storia da seguire, quanto l’evoluzione dei comportamenti, delle reazioni, delle dinamiche tra i personaggi. È un teatro che indaga il confine tra normalità e deviazione, tra ciò che riconosciamo e ciò che ci sfugge, mettendo in crisi ogni tentativo di definizione univoca.
In questo spazio così vivo e cangiante spicca l’interpretazione di Fabrizio Bentivoglio, che offre una prova di grande misura e intensità. Il suo lavoro si distingue per la capacità di stare dentro le pieghe del testo senza mai forzarle, restituendo una presenza scenica stratificata, capace di oscillare fra registri diversi con apparente naturalezza. Bentivoglio non cerca mai l’effetto, ma costruisce un percorso sottile, fatto di minime variazioni, di scarti quasi impercettibili che, proprio per questo, risultano ancora più incisivi. È un’interpretazione che dialoga profondamente con la struttura stessa dello spettacolo, rispecchiandone la natura frammentata e in continuo slittamento.

La regia di Davide Carnevali si muove con lucidità dentro questa complessità, orchestrando i diversi livelli dell’opera con grande precisione.
Carnevali, che abbiamo avuto modo di incontrare in un’intervista a margine dello spettacolo, conferma qui la sua capacità di lavorare su materiali drammaturgici stratificati senza mai appiattirli, ma anzi esaltandone le tensioni interne.
Il testo, da lui scritto 18 anni fa, trova in questa nuova messinscena una rinnovata vitalità: non viene semplicemente riproposto, ma rimesso in circolo, riattivato alla luce di uno sguardo registico che ne coglie le potenzialità ancora inesplorate.
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Variazioni sul modello di Kraepelin
testo e regia Davide Carnevali
scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
suono e musiche Gianluca Misiti
video Riccardo Frati
interpreti Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro, Simone Tangolo
regista assistente Virginia Landi
assistente costumista Marta Solari
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Durata: 1h 25′
Applausi del pubblico: 2′ 19”
Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 20 marzo 2026
Prima nazionale
