Bene opera assoluta. Conversazione con Mauro Marino

Nostra Signora dei Turchi in 20 fotogrammi
La targa sulla casa natale di CB a Campi Salentina (photo: Valentina Sansò)

La targa sulla casa natale di CB a Campi Salentina (photo: Valentina Sansò)

Carmelo Bene è stato, c’è stato; s’è ritagliato uno spazio ‘sentimentale’ nelle persone che hanno avuto l’avventura di ‘sapere’ la sua arte. Quelli incantati, quelli che hanno saputo via via apprezzarlo, o quelli che l’hanno detestato…

Klp dedica l’intera giornata di oggi a un ricordo a più voci, con la pubblicazione speciale di approfondimenti, interviste e riflessioni sulla sua persona.

Partiamo da Lecce e dal Salento, che gli rendono omaggio a dieci anni dalla scomparsa con diverse iniziative, da qui all’estate, come il Festival Carmelo Bene fra Bari, Otranto e Lecce, l’esposizione (a partire da questo pomeriggio presso la Tipografia del Commercio di Lecce) della cartella tipografica originale del “Gregorio: cabaret del Novecento” e, ancora, il tableau vivant dal titolo “Atto unico sulla morte in cinque compianti” che verrà allestito, con i costumi di scena dell’archivio del Maestro, domenica 18 marzo alle 11 nella Chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce dall’artista Luigi Presicce.


La proposta su cui scegliamo di soffermarci è quella prevista per oggi, a partire dalle 18, ai Cantieri Teatrali Koreja: Vediamoci per Bene, serata di dialoghi in onore di Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene nel decennale della sua scomparsa.
Ne parliamo con l’operatore culturale e giornalista Mauro Marino, organizzatore dell’evento insieme al critico letterario e giornalista Enzo Mansueto.

Come nasce l’idea di questa serata e come l’avete pensata?

È una serata dedicata alla “maestria” e ad un indicusso maestro, però senza nostalgia! Maria Luisa, sua sorella, una volta mi disse che il fratello era timido, incapace di qualsiasi violenza. Le ho creduto e penso d’aver capito, attraverso quella confidenza, il personaggio pubblico Bene, che non è l’attore. Quello è altra cosa. Ho imparato che nel teatro abita in regalità la “patologia”, è lì che ogni “malessere-inquietudine-limite” trova esaltazione, ed elaborazione. È lì che ogni “errore” ed “orrore” si fa opera. Bene, in questo, è stato “opera assoluta”, nel continuo ricamo scenico di un “inquieto” personale, accudito e difeso, e sempre sottratto al dovere di dover compiacere o consolare il “sociale”, l’altro, il pubblico.
Il personaggio, l’eccentrico Bene, era sul bilico. L’eccentricità è sempre difesa (un attacco per difendersi): così l’ho sempre interpretato quando lui è “apparso” davanti alle telecamere, nei salotti e nelle conferenze dove era chiamato a “provocare”.La serata ai Cantieri Teatral Koreja si prefigura come una conversazione che sarà condotta da me e da Enzo Mansueto. Con le parole, si incroceranno le sonorizzazioni di Stefano De Santis Urkuma, le visioni di Carlo Michele Schirinzi. E poi, dalla biblioteca di Bene, l’attore Renato Grilli, accompagnato ai suoni da Rocco Nigro, leggerà “Ecco la Tarantola” da “Delle tarantole” di Friedrich Nietzsche e, ancora, l’attore Antonio De Mitri darà vita ai versi di “Quattro depistaggi sulle vie del bene relativo”. Non mancherà, a mezza sera, un omaggio al cibo, con un aperitivo preparato e “mobilitato” da Simone Biso, ricordando gli “oltraggi” di Bene al pubblico nelle sue “prime” di cantina, quando lo accoglieva stando seduto con i suoi a tavola.
È un rapporto complesso, ma “vivo” in tutti e due, anche rivendicato da entrambi, come appartenenza e come mancanza… L’uno tuttavia non ha mai assistito ad uno spettacolo dell’altro. Bene coglie l’anima allegorica del Salento, quella barocca, quella per certi versi più “artificiosa”. Ma l’artificiosità è arte quando è chiamata a tradurre il sentire, le visioni, il desiderio; è puntiglio, è finitura, è ricerca. Il teatro di Bene vive di questo continuo congegnare artifici, mobilitarli all’invenzione, in una logica tutta interna alla macchineria teatrale classica e alla sua estrema “amplificazione”.

Qual è la tua comprensione del rapporto di Carmelo Bene con il Salento, e con altri salentini illustri del teatro, come Eugenio Barba?

Barba, invece, del Salento ha mutuato la rottura dell’impianto scenico, la dinamica rituale, “selvatica” del teatro racchiuso nella necessità catartica del popolo… anche se questo, in realtà, in Barba viene dall’aver assorbito la scena grotowskiana; ma mi piace pensare che invece sia una “citazione”, anche inconsapevole, della ritualità tarantista che sceglie il “cerchio” o la stanza segnata dal perimetro della musica per rappresentarsi. Potrebbe essere interessante indagare l’esito di questa convergenza.
Per Carmelo Bene la risposta è tutta nel teatro: nella frontalità-verticalità della scena, nella rappresentazione classica, dunque, che da “borghese” diventa “popolare”; mentre per Eugenio Barba, al contrario, è la concettualità che muove la carne dell’attore, per cui il suo teatro occupa la porzione della “ricerca” e difficilmente da lì si muove.

In che senso la chiave della messa in scena beniana è la scelta del pubblico?
Il teatro di Carmelo Bene è teatro popolare, la sua “marionetta” è densa di “teatro basso”, le voci, le vocine, le controvoci, i falsetti cantati, i suoni di naso, mischiano un’infinita conoscenza. Questa la sua grandezza: stare di traverso fra “alto” e “basso”. Il pubblico, rispetto alla provocazione beniana, ha avuto risposte strane. Una volta ero a Ravenna, sul palco c’era Bene in “Hommelette for Hamlet”, in platea signore sgomente con pelliccia, ma anche “noi” a bocca aperta. Molto prima, da ragazzo, m’era capitato di vederlo all’Ariston di Lecce nel “S.a.d.e. ovvero libertinaggio e decadenza del complesso bandistico della Gendarmeria salentina”, uno spettacolo da sbigottimento, col proscenio tricolore e la banda, e lui in scena “melologante” che teneramente si masturbava… Lo spettacolo era vietato ai minori di 14 anni, una tenera provocazione che fece dire a Bene «Non torno più…». Invece poi tornò, fino all’invocare: «Portare via Otranto da qui… », che altro non è che una dichiarazione d’amore.

Nostra Signora dei Turchi in 20 fotogrammi

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Chi accosteresti a Bene oggi, non tanto per eredità stilistica, ma per capacità innovativa e di sconvolgere canoni consolidati e far riflettere sul concetto di teatro?
Nella scena nazionale senz’altro Cesare Ronconi e il Teatro della Valdoca. In quell’impianto e al cospetto di quell’impianto ho sempre visto e vissuto lo “sbigottimento” beniano, la fascinazione di una complessità poetica “egoista” nel coltivare la bellezza e l’opportunità della scena. Anche l’attore che la Valdoca “mostra”: in alcuni picchi del passato della compagnia cesenate la magnifica Gabriella Rusticali, o ancora, nel presente, con la sua autonomia di ricerca e di produzione, il grande Danio Manfredini, che ho visto “patologico”, un essere che fiorisce e graffia nello e per lo spettatore… Nel Salento ho da tempo in mente un personaggio fuori dal teatro ma “moltiplicatore delle occasioni del teatro” così com’era la scena beniana: penso a Carlo Michele Schirinzi. Lo penso dal primo impatto con le sue immagini, quando ancora il suo lavoro era legato alla pittura letta attraverso il filtro fotografico. Lui artista-attore-artefice era in scena, “disincantadosi”, prendendosi in giro, raffigurandosi dentro paradossi densi di significazione, inseguendo le visioni della pittura rinascimentale. Poi è venuto il suo “cinema”, e lì la figliolanza beniana s’è fatta più incisiva digerendo (l’eventuale) sgrammaticatura e folgorazione. Una figliolanza orgogliosa, senza “orfananza”, felice d’avere una “maestria” di riferimento. La pausa, il movimento di macchina, la “radicalizzazione” dei personaggi, certa luce, il rendere invisibile il visibile… tutti segni di una poetica devota al maestro.

Pensi che il critico teatrale si sia evoluto dai tempi della famosa “battaglia” di Mixer Cultura del 1988?
Certo che sì. La critica si avvia ad essere sempre più libera e sdoganata dai controlli delle consorterie, grazie soprattutto al web, che apre e libera scrittura. Molte cose intorno a Bene negli ultimi anni della sua vita si sono mosse per cortigianeria, in maniera stucchevole, per convenienza politica; l’esito è stato quello di non aver saputo dare corpo alla Fondazione, forse sperata da l’ultimo Bene come luogo di “conservazione”, ma sottolineo il “forse”. In fondo il nome scelto era L’Immemoriale…

La casa paterna di Santa Cesarea Terme è stata venduta. Che ne sarà della casa di Otranto? Pensi che diventerà museo o fondazione?
No, non lo credo. Non credo che la signora Baracchi rinuncerà mai ad una così bella dimora. È nel suo diritto, in fondo, abitare quella casa, perché dovrebbe rinunciarci? E per affidarla a chi poi? Meglio, a questo punto, che se la goda lei e soprattutto sua figlia Salomè…

E invece che ne pensi della diffida a Casa Pound da parte di Raffaella Baracchi e Salomè Bene ad usare il nome di Carmelo Bene?
Cosa giusta, che rende giustizia all’ennesima “appropriazione impropria” di nome d’artista…


Mauro Marino
Studi di Sociologia presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Urbino, in cui è attivo con il gruppo di intervento culturale Motus e con Affreschi e rinfreschi agenzia di spettacolo. Allievo e collaboratore del poeta Danilo Dolci e dello scrittore Antonio L. Verri.
Coordina dal 1999 il lavoro del Fondo Verri Libero Cantiere di Lecce, di cui è fondatore con Piero Rapanà.
Opera con un laboratorio di scrittura e di arti espressive presso il Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare della Asl di Lecce. Collabora con il Dipartimento di Dipendenze Patologiche della Asl di Lecce impegnato in programmi educativi volti alla prevenzione del disagio alla diffusione della lettura e della scrittura creativa all’interno dei servizi territoriali, nella scuola media inferiore e superiore e in aggregazioni giovanili informali. Ha collaborato con il Teatro Infantile di Lecce, il Centro Teatrale Astragali, la compagnia di Teatro Danza Skenè, il Teatro della Valdoca di Cesena. Per l’editore Besa ha inventato la collana Poet/Bar – magazzino di poesia. Ha curato la progettazione editoriale de i Libri di Icaro. È direttore responsabile del quotidiano del Salento, il Paese nuovo.
E’ curatore di “Graffiare i muri – Cantieri Koreja, storia di un teatro” (Ed. Titivillus, 2010) ed autore del blog Le parole di dentro.

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