Tindaro Granata: quando scrivo penso al pubblico

Tindaro Granata

Tindaro Granata (photo: proximares.it)

Dopo il promettente esordio narrativo di “Andropolaroid”, Tindaro Granata ha presentato a Milano il suo nuovo spettacolo, “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, di cui vi abbiamo parlato sabato scorso.

Oggi è occasione per tornare a questo lavoro indagandolo più in profondità insieme al trentaquattrenne artista siciliano.

Non più il giovane attore solo in scena a raccontare la sua famiglia e la propria formazione esistenziale in una terra difficile e spesso inospitale, ma una vera e propria narrazione corale, di cui è regista e interprete, espressa direttamente e in modo sottilmente feroce al pubblico.  


Il testo rimanda a un celebre caso di pedofilia accaduto qualche anno fa in provincia di Perugia, dove una bambina era caduta nella mani di un mostro, il ricco amante della madre.
Sul palcoscenico sfilano uno ad uno i protagonisti e i comprimari di questa tragica vicenda: Angela, la madre della bimba, Agostino, l’imbelle marito-padre, la madre di Angela, Francesca, la cognata, una vicina, un’amica di famiglia e ovviamente Tramonto, l’autore della nefandezza.

I fatti pian piano, attraverso le loro parole, i ricordi smozzicati, prendono forma in un puzzle che il pubblico fatica a ricomporre, perché ogni personaggio narra la vicenda dal suo punto di vista, e vi sono contraddizioni in tutto ciò che si viene a sapere. Ogni personaggio, con le sue debolezze e viltà, ha per sé ottime scusanti. Diventa quindi ancor più complicato capire come può essere successa una cosa così terribile, senza che nessuno abbia potuto impedirla.

Il tono è sommesso, quasi un chiacchericcio di paese; solo Angela cerca inutilmente di gridare la sua innocenza, di scusare la sua colpevolezza, confessandosi davanti ad uno specchio che metaforicamente si riflette anche sul pubblico: “Invidiatemi come io ho invidiato voi, del resto spesso voi fate come ho fatto io, voi che fate finta di non capire, voi che spesso vi chiudete gli occhi per non vedere, per soddisfare solo i vostri desideri”.

L’unico a dichiararsi colpevole esplicitamente è il mostro che, alla fine, senza reticenza alcuna, racconta la terribilità dei fatti compiuti nei minimi particolari.
Poverissima la scenografia di Eliana Borgonovo, qualche sedia, due finestre delimitano gli ambienti, una televisione per un attimo, pur trasmettendo cartoni animati per bambini, diventa un tribunale che, data l’incertezza dei fatti, fatica a dare sentenze. E del resto la vittima non è mai in scena, perché non è mai esistita veramente nelle vite dei personaggi, solo il suo lancinante sorriso ci accompagna, alla fine testimone di una società priva di valori, dove l’egoismo regna sovrano.

Tindaro Granata presenta questa materia, non facile da digerire, attraverso un tono leggero, stralunato, accompagnato da interventi musicali che interrompono la narrazione, spesso rivolta direttamente al pubblico.
Tono e accenti  man mano prendono consistenza, scevri da ogni retorica, in cui il testo mai però apparentemente prende posizione. Ed è proprio per questo modo di raccontare che il fatto particolare diventa paradigmatico di un modo molto comune di vivere l’esistenza quotidiana di molti di noi.

Invidiatemi - Tindaro Granata

Invidiatemi come io ho invidiato voi (photo: proximares.it)

Abbiamo incontrato Tindaro per approfondire insieme a lui lo “spirito” dello spettacolo e per parlare della sua attività e delle prospettive future. Che effetto ti ha fatto passare dalla narrazione singola di “Andropolaroid” ad una regia con molti attori?
Ovviamente avevo paura, prima di iniziare. Pensavo che non sarei stato in grado di aiutarli e, non avendolo mai fatto, credevo che ci sarebbero state molte difficoltà. Però è accaduto proprio il contrario. Prima di iniziare mi sono detto: “Devo comportarmi con loro come io vorrei che un regista si comportasse con me”. Quindi ho visto in lettura cosa mi potevano donare, cosa potevano regalare al loro personaggio e poi ho fatto la regia cercando di seguire le loro nature e bellezze. Il primo giorno di lavoro ho detto loro: “Vi ho scelto perché mi piacete, quindi partiamo già dal fatto che una parte del lavoro lo farete solo con la vostra presenza”. E’ stato bello, mi hanno donato ognuno un pezzettino del loro mondo e del loro modo di vedere il personaggio che gli avevo assegnato. Mariangela Granelli, Francesca Porrini, Bianca Pesce, Giorgia Senesi, Paolo Li Volsi e per una sostituzione Emiliano Masala, mi hanno regalato la loro carnalità, il loro amore viscerale per questo lavoro, la gioia di venire a teatro e provare, sperimentare: è stato bellissimo.

Cosa c’è dello spirito della Sicilia, della tua terra, nello spettacolo?
L’appartenenza alla società. La comunione, anche se in chiave negativa, dei rapporti di vita quotidiana. Io credo che nelle grandi città, come Milano, la condivisione della propria quotidianità sia relegata per lo più all’ambiente di lavoro. Le persone condividono, nel bene e nel male, la vita lavorativa, mentre è come se tutto quello che non fosse lavoro dovesse essere difeso o nascosto.

Invidiatemi - Tindaro Granata

Invidiatemi come io ho invidiato voi (photo: proximares.it)

Perché ti interessava parlare proprio di un caso di pedofilia per parlare in definitiva di altro?
Io non volevo parlare nello specifico di un caso. Ho voluto prendere spunto da una situazione di pedofilia perché li considero gravissimi atti contro l’innocenza e quindi contro la purezza dell’anima umana. Se accade una cosa del genere, in una società, vuol dire che quella società non è stata in grado di proteggere la sua purezza, la sua innocenza. Si è tutti un po’ colpevoli se si sta accanto ad un bambino che viene abusato, anche inconsapevolmente.
Se la figura teatrale della bambina (di cui non faccio nome nello spettacolo né mostro foto) fosse sostituita metaforicamente dell’idea che stiamo parlando del nostro Paese, l’atteggiamento dei personaggi della mia storia corrisponderebbe al nostro: siamo noi stessi che stiamo ammazzando e distruggendo la nostra nazione, perché pensiamo solo alle nostre esigenze e non al bene degli altri. Ogni personaggio della storia parla solo dei suoi problemi, la bambina viene menzionata solo come una funzione ai loro bisogni.
Ho cercato di portare in scena personaggi in cui ognuno di noi si potesse rispecchiare, per evitare di giudicare. Alcune loro parole potrebbero essere le nostre; ci sono battute copiate da discorsi che ho sentito in metropolitana a Milano.

Al centro della tua scrittura c’è la narrazione. Hai dei modelli?
Quando scrivo la prima cosa cui penso è come potrebbe arrivare il mio pensiero al pubblico. Quindi la mia ricerca sta nel mettere sempre le persone che compreranno il biglietto al primo posto, per render loro la giusta eredità: essere i principali fruitori del nostro lavoro. Per la messa in scena non ho un modello preciso, mi faccio contaminare dagli spettacoli belli o dai film o dalle scene che mi piacciono, in sostanza rubo un po’ ovunque.

Quali progetti futuri?
Per adesso sto scrivendo il mio prossimo spettacolo, che metterò in scena nel 2015. A breve, a parte portare in giro i miei spettacoli, farò uno spettacolo con Serena Sinigaglia. In questi giorni sto facendo le prove e sono felice di aver incontrato una grande artista che ama questo lavoro. Quando la guardo nelle note di regia che mi dà, mi dico: “Oh mio Dio, non sarò mai così bravo come me lo sta facendo vedere lei”. Devo molto lavorare e migliorare. Per il futuro, oltre che continuare con il teatro, vorrei tanto fare cinema.
 

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