Dissènten! Nuove voci da Vico Quarto Mazzini

Dissènten di Vico Quarto Mazzini

Dissènten di Vico Quarto Mazzini

Tre cessi e un palcoscenico. Basta questo per raccontare cos’è oggi la politica e come la si fa.
Questa, almeno, la sintesi che ha scelto Vico Quarto Mazzini, giovane compagnia nel panorama della generazione T che segna con questo spettacolo il suo primo lavoro, già finalista al Premio Kantor 2011 e selezionato per l’ARGOToff 2011.

“Dissènten” – in scena al Teatro San Carluccio di Napoli, piccolo teatro che continua a distinguersi per l’arguto cartellone – è uno spettacolo che dissentisce, che riconquista la valenza simbolica di un oggetto riportando il famoso “Orinatoio” di Duchamp al suo luogo originario, mantenendone la sua decontestualizzazione. “Ecco allora che il cesso diventa trono del potere, palco da comizio, fidato amico da abbracciare e soprattutto corifeo silenzioso”.


Ai tre orinatoi corrispondono tre personaggi, facenti parte di un’associazione a delinquere il cui obiettivo è schiacciare l’umanità, “bufala cornuta e testarda buona solo per fare mozzarelle”. In che modo? Bloccando qualsiasi tipo di relazione umana, qualsiasi legame che tiene insieme gli uomini.
Così, attraverso una parodistica spettacolarizzazione della politica – che già di per sé di spettacolarità se ne intende – i Vico Quarto Mazzini mettono in piedi una drammaturgia intelligente e sottile, che fa della critica sociale un pensiero universale, su cui tutti non possiamo dissentire.

Abbiamo incontrato i tre artefici di origine pugliese – Michele Altamura, Riccardo Lanzarone, Gabriele Paolocà – per scambiare quattro chiacchiere su origine, causa ed effetto della loro “dissenteria”.

Com’è nato il binomio politica/orinatoio?
Volevamo innanzitutto creare una situazione estrema che contrastasse completamente con le immagini blasonate e pompose con cui di solito identifichiamo i luoghi del potere. Ecco perché abbiamo assunto “il sanitario” come totem di una generazione, simbolo di uno spudorato, imparziale e soprattutto liberatorio giudizio su una classe politica che ormai da troppo tempo infesta i nostri “bisogni”. La scena è volutamente scarna, abitata solo dagli attori e dai tre cessi che, attraverso l’utilizzo di luci che tagliano e conformano lo spazio, è ambientato in un mondo in cui le parole vengono fraintese e assumono significati diversi. Solo il cesso a dialogare con gli attori, un cesso che non riceve luce ma che illumina, che non subisce il dramma ma contribuisce a diffonderlo

Cos’è “Dissènten” per voi?
Un mondo in cui la libertà e l’uguaglianza vengono volutamente fraintese con l’asservimento e l’omologazione. Un mondo in cui anche la parola dissenso è caduta in disuso, e se la si pronuncia dentro a un cesso quasi sicuramente verrà scambiata per qualcos’altro… Sorvoliamo poi sui raffinati parallelismi tra il linguaggio politichese e la diarrea…
Da diverso tempo ci interroghiamo su quanto sia difficile arrivare a rappresentare una realtà capace di spingersi sempre di più verso la teatralità, arrivare a raccontare uno scenario politico e sociale invaso da istrioni molto più divertenti e interessanti di noi poveracci che cerchiamo di far loro il verso in teatro. Allora abbiamo deciso di calcare la mano, di aumentare il fondotinta, di stilizzare i nostri movimenti, arrivando a costruire degli uomini marionetta, dalle estreme caratterizzazioni quasi fumettistiche. Figure extra-ordinarie, figure esageratamente ed esclusivamente teatrali che potessero farci sentire di nuovo padroni dell’arte dell’attore e confermare che i veri ”buffoni” siamo e saremo sempre noi attori.

Come vi ha accolto il pubblico napoletano?
Il pubblico ha dimostrato un gran desiderio di aprirsi a nuovi linguaggi. Di solito chi va a vedere una giovane compagnia è spesso anche lui giovane e, nella migliore delle ipotesi, magari è pure un addetto ai lavori curioso. A Napoli invece c’erano in sala persone di tutte le età, pronte anche a fermarsi nel post-spettacolo per chiacchierare con noi. Persone che hanno apprezzato e che andrebbero sempre più invogliate ad andare a teatro a vedere anche qualcosa che non sia immediatamente riconducibile ad una tradizione. Purtoppo poche persone, questo va detto…

I prossimi progetti in cantiere?
In questo momento sentiamo l’esigenza di stabilire un rapporto di relazione con il territorio dove abbiamo deciso di vivere. Sentiamo che il radicarsi sia una premessa fondamentale per poter guardare lontano, non per ghettizzarsi. Costruire un rapporto con il pubblico, confrontarsi, far crescere i giovani stillando in loro l’amore per il teatro: per noi questa è l’unica ricetta per mantenere viva la fiamma dell’arte. I nostri progetti? Sicuramente far girare “Dissènten!”. E poi trovare soldi, spazio e tempo per far partire la prossima produzione. Le idee ci sono, non ci fanno dormire la notte. E poi abbiamo un sogno: tradurre in inglese “Il sogno degli artigiani”, uno spettacolo di Michele Santeramo con la regia di Michele Sinisi, baluardi della compagnia Teatro Minimo con cui collaboriamo da un paio d’anni. Uno spettacolo che riprende il “Sogno” di Shakespeare e lo fa diventare l’incubo di quattro bifolchi artigiani all’italiana. Vorremmo tradurlo per portarlo all’estero e, se qualcuno ci dà una mano, magari portarlo al Fringe di Edimburgo…

Facciamo quindi un caloroso in bocca al lupo a questa giovanissima compagnia che ha scelto il teatro come mezzo per dire la sua, per scuotere le coscienze degli astanti e spronarli a non disertare quando si tratta di scegliere.

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