Luoghi Comuni. Per una panoramica sul teatro lombardo – 1

BabyGang in 'Noi non siamo qui'

BabyGang in ‘Noi non siamo qui’ (photo: luoghicomunifestival.com)

Luoghi Comuni Festival, organizzato a Bergamo nella prima settimana di marzo dalla rete delle residenze lombarde Etre, è giunto ormai alla sua quarta edizione (le prime due erano state spalmate sui vari territori delle compagnie, mentre la terza, a Como, era stata dedicata al teatro in appartamento che vi avevamo documentato pochi mesi fa), assumendo ormai le caratteristiche di un festival itinerante dedicato alle arti dal vivo.

Il festival ha raggiunto pienamente i suoi scopi, invadendo la città lombarda di appassionati ed operatori giunti non solo dall’Italia, riempiendo i nove spazi scelti dagli organizzatori fra luoghi di spettacolo, spazi deputati al confronto, momenti di relax e di incontro.
Oltre 24 le compagnie presenti, per un totale di 25 spettacoli (46 le repliche in totale) in quattro giorni il cui ritmo ed organizzazione ha ricalcato quella di un fringe: la disponibilità degli spazi è stata suddivisa in slot di quattro ore ciascuno per assicurarsi i quali, le compagnie hanno investito proprie risorse.

Oltre agli spettacoli delle compagnie dell’associazione Etre, erano presenti con i loro lavori alcune delle compagnie che rappresentano suoi partner chiave nel panorama internazionale: Galata Perform (Turchia), Sin Culture Center (Ungheria) e gli inglesi dello Scottish Dance Theatre, di cui abbiamo visto tre coreografie davvero notevoli, soffuse di forza, grazia e ironia.


Tornando alle giovani compagnie lombarde, il disagio del presente è stato uno dei leit motiv scelti per i loro lavori.
E’ quanto presentato con forza, ad esempio, nello studio del nuovo spettacolo di uno dei gruppi più interessanti visti a Bergamo, BabyGang, che ha un preciso “sottotesto” che potrebbe essere simbolicamente messo a cappello di tutta l’iniziativa: “La realtà ci ha rubato la fantasia, la finzione ci salverà”.
“Noi non siamo qui”, su una drammaturgia di Carolina De La Calle Casanova e su intervento artistico del coreografo Giorgio Rossi, risulta infatti essere “un’indagine, ironica e grottesca sull’alienazione moderna”, dove
 quattro personaggi senza identità (1 2 3 4), chiusi in una stanza come in un celebre film di Bunuel, volendo aprirsi alla realtà che pur li ha respinti, ne immaginano altre diverse possibili, quasi a cercare di non rimanere nel presente. Non ce la faranno, pur riuscendo ad uccidere nella culla un Godot che da sempre alita sopra le loro teste.
Un lavoro, come si è detto, presentato ancora in forma di studio, ma già denso di molte suggestioni,  e che si avvale della presenza di quattro attori veramente notevoli: Federico Bonaconza, Mario Fedeli, Andrea Pinna e Valentina Scuderi.

La stessa compagnia, in una coraggiosa coproduzione con Sanpapié e Band à Part, fondata sia sulla comunione dei beni espressivi che di quelli economici, ha messo in scena la non facile trasposizione teatrale di uno dei capolavori della letteratura del Novecento, “Il Processo” dello scrittore ceco Franz Kafka.
Il romanzo mette al centro la vicenda dell’impiegato Josef K, che una mattina si trova ad essere accusato, giudicato e condannato da una burocrazia assurda e misteriosa per una colpa che non esiste. Il romanzo parla di giustizia, di diritto e di colpa, ma anche di vita e morte.
Lo spettacolo utilizza diversi codici espressivi: dalla danza, alla musica, alla prosa “partendo da una domanda che è una provocazione: e se l’oggetto dell’accusa mossa a K. fosse la sua incapacità di aprire la porta della Giustizia a lui destinata?”.
Josef vive in un mondo di topi che piano piano gli rosicchiano la vita e l’animo lasciandolo alla fine inerte e solo.
Per il nostro gusto avremmo desiderato che la regia di Paolo Giorgio, su una drammaturgia ben calibrata di Carolina De La Calle Casanova e di Sarah Chiarcos, avesse regalato un po’ più di pathos coinvolgente, ma il gioco scenico dei corpi e delle parole, supportato dalle maschere di Federica Ponissi e Giada Masi, è vario e convincente.

Del presente cerca di parlarci, con altri modi e risultati, anche “Devil, Twist & Shout” di Ilinx. Ma qui troppo composita pare la struttura drammaturgica che Cristiano Sormani Valli ha approntato per uno spettacolo che mescola il sacro ed il profano, il pur efficace – nel suo comprensibile disorientamento – Diavolo con lo Spirito Santo, senza riuscire completamente a comunicare allo spettatore, attraverso la dichiarata forma della farsa, il disagio di non “riconoscersi nel pensiero del nuovo millennio”. Insomma, a nostro avviso, troppi segni, stemperati in troppe direzioni, nonostante l’assunto originale che si interroga sul nostro futuro attraverso il passato.

The italian factory

The italian factory di teatro In-folio (photo: luoghicomunifestival.com)

La precarietà dell’essere umano analizzata in questi spettacoli diventa palpabile in “The Italian Factory” di Teatro In-folio, che mette in scena in modo semplice ma efficace un’altra precarietà, meno poetica, forse, ma più tangibile: quella di chi perde il lavoro.  
Nello spettacolo tre metalmeccanici e un camionista, a due giorni dal Ferragosto, combattono per non essere ridotti a esuberi in una fabbrica che tratta prodotti nucleari.  
Il loro disagio è narrato attraverso  le speranze e le disillusioni di ogni giorno, tra partite a carte e turni di guardia. Ispirato da una storia di operai della Mangiarotti Nuclear, lo spettacolo di Chiara Boscaro è nato nell’ambito di un laboratorio coordinato da Renata Molinari alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”.

“Piombo” di Animanera, ambientato nel bellissimo spazio dell’ex oratorio di San Lupo, parla invece del nostro presente appena passato, e lo fa in modo curioso e spiazzante.
In un letto, letteralmente circondato dallo sguardo degli spettatori, si consuma il rapporto di un uomo e di una donna, una coppia che si avvia a compiere un attentato. Sui corpi nudi dei due attori, sempre in procinto di accoppiarsi, si sovrappongono immagini di occhi e bocche.
Mentre i protagonisti si amano, discutono di una rivoluzione che non arriva mai; e quando il mattino li troverà intenti a parlare di futilità e a giocare con le parole crociate, sarà su di loro che si scaricherà il piombo della vendetta.
Aldo Cassano (qui nel doppio ruolo di regista e attore) e Natascia Curci, su un bel testo di Magdalena Barile, a cui Luca Scarlini ha cucito addosso l’epilogo, conducono il gioco di questo raffinato conflitto tra corpo e parola, realtà e desiderio.  

Per i nostri occhi di spettatori privilegiati, i quattro giorni del festival sono stati una vera e propria palestra di visioni, che hanno spaziato in tutti i generi e in tutte le dimensioni dello spettacolo dal vivo, dal teatro di figura al teatro di impegno sociale, dalla performance al concerto per voce sola, sino alla danza e al teatro-ragazzi. Un appuntamento che ha permesso di monitorare sul campo la ricchezza forte e multiforme di un teatro lombardo che fatica a farsi conoscere ma che, con la sua presenza, vivifica la provincia, consegnandoci spesso anche i pensieri e le aspirazioni di una generazione di artisti che vede compromesso il proprio futuro, in una società che certo non privilegia la cultura.

— fine prima parte —

 

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