Castellucci e il velo del mistero di Hawthorne

Il velo nero del pastore
Il velo nero del pastore

Il velo nero del pastore

Romeo Castellucci, dopo le accese polemiche francesi dell’ultimo mese, presenta in Italia il nuovo lavoro ispirato alla novella di Nathaniel Hawthorne “Il velo nero del pastore” (1836). Qui il protagonista, il pastore Hooper, si presenta alla comunità dei fedeli con un velo che gli copre il volto, e che terrà fino alla morte senza un apparente motivo, se non qualcosa che avvinghia l’anima e i suoi abissi. Abissi in cui Castelluci ci fa prepotentemente sprofondare, con tutte le sue misteriose astrazioni e le sue indicibili paure.

Legato da un filo diretto a quel “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, che tanto clamore e tante contestazioni ha suscitato e sta patendo in Francia, “Il velo nero del pastore” è un’articolatissima macchineria teatrale dove a farla da padrone è il buio, tanto buio, un’eclissi visionaria che abbraccia filosofia, teologia e religione inghiottite in un incubo di arcane metafore percorse dalle sonorità elettroniche di Scott Gibbons aperte con un miserere di Gorecki che degrada in rumori.

Ancora una ricerca in direzione di un mistero della fede, dell’identità, con tutte le relative vertigini di senso del caso. E ancora un percorso esplorativo, da parte di questo regista drammaturgo, e della sua compagnia Socìetas Raffaello Sanzio, che vede qui in scena Silvia Costa e Diego Donna, verso una messa in scena cupa ed enigmatica che non illustra il romanzo ma ne scoperchia paradossi evocativi e immagini apodittiche.

Alquanto peculiare l’idea dell’impianto scenico: una tumultuosa tempesta d’acqua dà inizio allo spettacolo in un frastuono assordante, poi è un sipario mobile che avanza e arretra sul palco svelando di volta in volta corpi, umani e non, e oggetti scenici. Non si riesce a non idealizzare un autolavaggio in questo artefatto scenico, ma che, al di là della volontarietà o meno dell’intento allegorico, ben supporta il concetto di uno spazio cannibale che inghiotte, mastica e rigurgita la forza trascendentale del teatro stesso. Una forza digerente in questo caso, che usa lo stomaco per plasmare la tensione degli eventi, ma che lo vibra di un colpo impietoso per far emergere nello spettatore la coscienza che la storia è soprattutto storia della violenza. Un teatro che si tinge nella simbologia, ma non ne attinge.
Visionario ma potente, Castellucci costruisce lo spettacolo come video arte oscura e folgorante, nessun riferimento esplicito al racconto di Hawthorne ma, come nel precedente “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, tutto ruota attorno al disegno di svelare/nascondere, messo in atto in questo caso dal sipario antropofago che vela/disvela artifici indeterminati, che fuggono dal figurabile, lontani da una didascalia reverente o da una retorica coerenza.

Non ci sono nemmeno attori che sostengono personaggi, la presenza dei due performer non ha nessuno scopo mimetico o illustrativo, sono corpi spesso torturati in balia di fenomeni quali luci, movimenti, suoni, topi in teche di vetro, sensazioni atte a toccare i centri nervosi dello spettatore, perfino un treno a dimensioni naturali che irrompe in scena e li travolge. Sono presenze in trappola, che amplificano l’assenza dell’umano e si arrendono all’impossibilità della parola.

Castellucci ci sbatte di fronte ad uno spettacolo rigorosamente criptico, eccessivamente inafferrabile magari, forzando le azioni al limite della comprensibilità, quasi negandoci ogni rivendicazione di interpretabilità, schiantandoci contro una materia oscura, collassata sotto il proprio peso energetico, negandosi a se stessa.
L’incontro con la materia teologica, il rapporto con Dio, con ciò che sfugge: è questa la piattaforma su cui la compagnia cesenate ha costruito la propria ricerca, un’occasione per indagare il rapporto tra rappresentazione e negazione dell’apparire, rapporto antico che, dai tempi della tragedia attica, sostiene ogni nostra interazione con l’immagine.
Riesce sicuramente nel proposito di creare un’opera di estrema crudeltà e straziante impatto; meno forse nell’impresa dell’oggettivazione visiva, ma del resto il teatro è di suo anche un fenomeno religioso, e quindi un mistero di fenomeno.

Il velo nero del pastore
liberamente ispirato alla novella di Nathaniel Hawthorne
di Romeo Castellucci
musica di Scott Gibbons
con Silvia Costa e Diego Donna
direzione alla costruzione scenografica Massimiliano Peyrone
sculture di scena Istvan Zimmermann, Giovanna Amoroso
collaborazione alla drammaturgia Piersandra Di Matteo
tecnica di palco Michele Loguercio, Filippo Mancini, Lorenzo Martinelli
tecnica luci Fabio Berselli
tecnica del suono Matteo Braglia
coordinamento tecnico Luciano Trebbi
cura oggetti di scena Giacomo Strada
attrezzeria Carmen Castellucci
produzione Benedetta Briglia
organizzazione Gilda Biasini, Cosetta Nicolini
amministrazione Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
consulenza amministrativa Massimiliano Coli
scenografie realizzate nel laboratorio DexM, Pesaro
produzione esecutiva Socìetas Raffaello Sanzio
Pproduzione associata Théâtre National de Bretagne / Rennes
in coproduzione con Theater der Welt 2010 deSingel international arts campus / Anversa
The National Theatre / Oslo Norvegia Barbican London and SPILL Festival of Performance
Chekhov International Theatre Festival / Mosca Holland Festival / Amsterdam Athens Festival
GREC 2011 Festival de Barcellona  Festival d’Avignon  International Theatre Festival DIALOG Wroclaw / Polonia BITEF (Belgrade International Theatre Festival) Spielzeit’europa I Berliner Festspiele  Théâtre de la Ville–Paris Romaeuropa Festival 2011 Theatre festival SPIELART München (Spielmotor München e.V.) Le Maillon, Théâtre de Strasbourg / Scène Européenne  TAP Théâtre Auditorium de Poitiers – Scène Nationale Peak Performances @ Montclair State-USA
durata: 49′
applausi del pubblico: 1′ 12”

Visto a Reggio Emilia, Teatro Ariosto, il 17 novembre 2011
Festival Aperto

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